I racconti delle Sindromi 1. I corvi- (Sindrome di Stendhal)


I racconti delle Sindromi   1. I corvi- (Sindrome di Stendhal)

Un grande amore, era un grande amore. Che altro poteva dire di più? Apriva con studiata meraviglia le caramelle alla Melissa e Limone, come se le vedesse solo ora per la prima volta; leggeva gli ingredienti uno a uno, controllando che non ci fosse zucchero.
Ma proprio a lui, che conosceva tutti i trucchi che il Tempo gioca in quel giro di Tango lento e passionale?

Lasciamo perdere, si diceva, basta pensarci. Sì, però. Quando ti ricapita, quell’intesa?
Come posso spiegarti, se non l’hai provata. Come dare a te la misura-del-fremito che mi percorreva?Quando affoghi per una risata e gli occhi lacrimano? Questo cielo, vien giù, non lo tiene più nessuno. Ma non devo distrarmi, devo stare concentrato. Sono sicuro che passerà di qui, lo so, lo sento. Quella residua complicità, ah, Mon Dieu, la mia Provence, l’avessi portata lì, solo una volta, ce l’avrei fatta. Blu nel blu, l’avrei piantata tra i campi di Lavanda, l’avrei nascosta tra gli scogli di Le Levandou, sotto la statua dell’Ondina, a guardare nascosti il porto. Certo, lo so, lo so: mi dava appuntamenti e poi non si presentava per mesi. Si negava, si nascondeva.

Ma io lì, resistente, calmo. Sii dolce, mi dicevo, sii paziente, ma non sapevo cosa mi attendeva.
Per quante esperienze tu possa aver avuto prima, dovevi scordarle.
Per tutte le esistenze usate e consumate quando ancora, camminando, toccavi terra e un tacco seguival’altro conoscendo, a memoria, cosa ci sarebbe stato prima, cosa dopo.

Lei, ti entrava dagli occhi. In qualunque modo, sarebbe andata questa volta, l’avrebbe avuta. Lui solo.
Per sempre, ovunque, contemporaneamente al desiderio sorto.
Per questo adesso era lì. Poco. Solo qualche minuto, e tutto si sarebbe concluso.

Era la sua prima volta, è vero, ma la macchina la sapeva guidare bene, la fuga sarebbe stata precisa, le strade verso la sua Provenza, le sapeva a memoria In pieno giorno, finalmente, davanti al prestigioso museo, avrebbe avuto solo per lui quella Tela, col cielo stellato di Arles, e gli azzurri da cieli impiccati che lo facevano svenire, insieme all’oro del granturco, al nero effetto mosso dei corvi di Arles.

Sette anni per una pennellata, e finalmente sarebbe stata sua. Nessuno gli avrebbe più negato le visite, né il possesso: sarebbero stati soli lui e la Tela. Per sempre.

continua

Lino Di Gianni






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