2. L’isola. (La sindrome di Stoccolma)


I racconti delle Sindromi

2. L’isola. (La sindrome di Stoccolma)

Era una piccola casa con sole due stanze, ma con un giardino a terrazza sotto piccoli alberelli di macchia mediterranea.
Salivi la scalinata, camminando dal piccolo porto e, prima di vedere un ristretto spazio adibito a campeggio, vedevi la casa di Therese.
Aveva sempre un vestito intero, d’estate. Leggero, stile anni 50, stretto in vita e un po’ largo sotto. Anche le sue pettinature erano un po’ antiquate, con quella molletta nei capelli crespi.
Sembrava quelle giovani donne che a Napoli o Parigi aveva accolto l’esercito americano, per la Liberazione.
Il rumore delle cicale era il sottofondo continuo e l’odore forte delle ginestre e del rosmarino avvolgeva i fianchi dell’isola. Il suo ambiente naturale si era preservato grazie all’occupazione militare dei tre quarti dell’isola, tuttora inaccessibile.
Nella parte restante radi turisti, a quell’epoca, 1980, e non c’era nemmeno ancora la luce. Per qualche ora sopperivano dei generatori, ma poi tutti dovevano arrangiarsi.
Therese, una volta alla settimana, al giovedì, riceveva la posta dal Continente.
Il postino sapeva di questo appuntamento, e si divertiva a vederla soffrire: – Therese, oggi il battello non è arrivato, niente posta!-
oppure – Therese, oggi il tuo bello, non ti ha scritto, si è dimenticato di te-.

Therese, che non era più una ragazzina, aveva 37 anni, anche se non si era mai sposata né aveva mai avuto figli, sapeva della crudeltà del mondo, e di come si divertono a vederti soffrire, se non possono godere di un qualche privilegio. E dunque lei si limitava a stringere le labbra, in un filo sottile sottile. E aspettava, la prossima lettera.
Intanto, durante la settimana, dopo aver fatto qualcuna delle sue ampolle di argilla, scriveva un bigliettino, e lo sigillava dentro, per spedirlo in mare. – Se qualcuno trova questo messaggio, lo consegni all’ospedale della città di ***. All’attenzione del Signor Fabrice Clementì. Ditegli che Therese non ha smesso i coltivare i
campi, che la capretta Melisse sta bene e- scriveva con grafia più incerta-che ci sarà sempre un posto a cena per lui.
In questa sua personale, faticosa messaggeria era aiutata dal vecchio Clarin, un uomo che campava di pesci,
erbe essiccate che vendeva per gli arrosti e alici sotto sale. Con la sua barca a motore, Clarin in mezz’ora raggiungeva il Continente e lasciava nell’ufficio del porto, laddove partivano tutti i giorni traghetti per le isole più famose.
In gioventù Clarin era stato in prigione, per un crimine che gli pesava molto sulla coscienza: in un accesso
d’ira, dopo aver bevuto e perso il controllo dei propri nervi, aveva strangolato il piccolo collo tenero di Colette, che era stata al servizio della sua famiglia, prima, e poi lo aveva sposato. Da allora, Clarin era profondamente cambiato. Therese lo sapeva, e in cuor suo ne aveva pena.

Dunque, Clarin, andrete in città.
Dopodomani? Un solo movimento con la testa, di Clarin.
Mi porterete le mie lettere, vero? Cosi non dovrà aspettare il ritiro del postale, che con l’acqua alta, arriva di rado. 
Le rughe attorno agli occhi del vecchio si infittivano ogni volta che vedeva quella donna attendere il suo uomo.
Tutti sapevano che era stato arrestato durante il tentativo di rubare un famoso quadro. E in più, se ci fosse riuscito, nessuno gliel’avrebbe mai comprato. Anche Therese sapeva che non sarebbe mai riuscita a essere desiderata come se fosse l’ultimo quadro del mondo.

Aveva capito di essere prigioniera, in quell’Isola.
Ma nessuno, la teneva lì. Aveva capito di essere stata rapita, e viziata dal Tempo del desiderio trascorso lì.
Ora, che era diventata invisibile, agli occhi di lui, avrebbe voluto trasformarsi in un quadro, per farsi guardare.
Ogni mattina, sarebbe stata il lieve movimento del corvo, forse intuito, forse inventato. E Fabrice, l’uomo che lei aveva amato, che era partito e che le scriveva da lontano in preda a passioni incontrollabili, Fabrice, sarebbe stato per sempre il suo carceriere, a cui lei era legata, da cui era stata segnata.
– Mio caro Fabrice, in quest’isola che voi conoscete bene, e dove ho trascorso i pochi, veri momenti in cui mi sono sentita viva nella mia vita, tutto procede uguale al Tempo in cui eravate qui.
Solo, ho imparato da voi la libertà dei pesci, e delle correnti, e la necessità degli incontri altrove, dove le tartarughe depongono le uova, e le cicale non smettono di trapuntare l’aria.
Non dimenticatemi: io vi ho preparato nuovi colori con terre di quaggiù. So che avete sempre il mio vaso di
lavanda, e ogni mattino lo mettete fuori pensando all’Isola.
Sappiate che un po’ di quel profumo, mi appartiene-.

(continua)
Lino Di Gianni

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