La banalità del male


Primo_Levi

Il terrore di Primo, era di non essere creduto
E più ancora, nemmeno ascoltato
Aveva questo senso di colpa, forse, dei sopravvissuti
Si chiedeva, perché io mi sono salvato?
Da quell’inferno dei campi di sterminio, lui diceva
mi sono salvato per un colpo di fortuna, e perché ero chimico,
e conoscevo il tedesco

Nell’ultimo suo libro, dove parlava dei sommersi e i salvati,
individuava una zona grigia, tra il bene e il male, dove la massa delle persone si prestava a azioni terribili contro altri uomini

Non criminali speciali, ma il vicino di casa, che se manipolato e indirizzato contro un capro espiatorio, si sarebbe trasformato in un criminale

Primo, raccomandava l’importanza di non dimenticare
Oggi, che tanti segni ci inducono a temere un ritorno della barbarie, è necessario impegnarsi in prima persona per
impedire che tante piccole azioni diventino il bavaglio di noi tutti

(lino di gianni)

 

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Una risposta a La banalità del male

  1. linodigianni ha detto:

    […I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro la popolazione dei Lager, ma rappresentano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti; infatti, anche se non si tenga conto della fatica, delle percosse, del freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era decisamente insufficiente anche per il prigioniero più sobrio: consumate in due o tre mesi le riserve fisiologiche dell’organismo, la morte per fame, o per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitato solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo, octroyé o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma…] Primo Levi “i Sommersi e i salvati”

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