Nella mia classe di italiano per stranieri


 

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di Lino Di Gianni*

Le scoperte, in una scuola di italiano per stranieri, non finiscono mai. E avvengono sempre per caso, anche se il caso non dovrebbe avere un ruolo così importante.

Per esempio, non siamo mica nel libro Cuore, di De Amicis, per scoprire che Babadi, il ragazzo africano che è stato ripreso con una nota sul registro, in realtà è un ragazzo che al mattino alle 8 si presenta a lavorare nel bar della Stazione di Avigliana (Torino), lavora fino alle 14, e poi alle 15 va a frequentare il corso di scuola media fino alle 20?

Per esempio, Mustafa, il ragazzo curdo della Turchia, che è sempre molto assonnato e poco reattivo, qualche giorno fa, mentre parlavamo di cantanti della nazione di origine, si è messo a cantare, senza musica, un bellissimo motivo curdo. Aveva una voce molto intonata e si vedeva che era abituato a cantare in pubblico. Ha anche mostrato un suo video su You Tube, dove lui canta con altri amici curdi.

Parlando del passato come verbo, abbiamo scoperto di cosa è fatta la grammatica del passato prossimo delle persone che con molta umiltà e diligenza vengono ai corsi di italiano. Per esempio, Mohammed, il ragazzo timido con una figlia piccola ci ha raccontato di quando è stato otto mesi nelle carceri della Libia. Ogni quattro giorni davano loro un pugno di riso da mangiare, chiedendo soldi ai parenti per liberarli. Lui aveva la moglie incinta di sette mesi, e ha dovuto farsi prestare dagli amici duemila dollari per essere liberato. “E spesso non hai nemmeno la sicurezza che non vogliano, dopo, altri soldi…”, diceva il nostro amico in classe.

Qualcuno di questi ragazzi è scappato in Francia, rischiando l’assideramento sulle nevi delle Alpi. Stanco di stare qui, senza lavoro, senza documenti, con i parenti che chiedono soldi per vivere.

Quello che a noi sembra poco, per loro, come guadagno è tanto. Ma queste persone hanno necessità di una casa e di un lavoro: sono persone oneste, desiderose di un futuro, che cercano di lottare contro lo sfruttamento del loro Paese e della guerra. Come Dyar e Akram, i due iracheni in classe da noi, che dopo essere stati respinti dalla Svezia sono stati accolti in Val di Susa, nel progetto accoglienza diffusa, seguiti da una cooperativa che si applica con rigore e professionalità nel seguirli.

 

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