29. Baba Jaga


29. Baba Jaga
Il rumore delle macchine ogni tanto scandiva il tempo, sotto una luce piena di gas di scarico. Incerta se rimanere sul bordo della notte, o riprendere a battere, Mortea Rosinchiari, in arte Baba Jaga, decise che per quel giorno, aveva già dato. Si incamminò con i suoi tacchi con accollatura alta e il vestito in simil-platino con spacchi vertiginosi verso la Smart parcheggiata discreta, prese le chiavi, le puntò per aprirle e… Che cazzo ci fai, dentro la mia macchina? Chi sei? Come hai fatto ad entrarci? Scendi! Scendi subito, prima che chiamo il mio uomo a spaccarti la faccia. E iniziò a tempestare l’uomo di pugni dati con discreta forza e intensità, tanto più che l’uomo in questione non reagiva, si riparava solo, come poteva, con le mani sulla faccia come schermo. Baba Yaga si fermò, il tempo aveva iniziato a bagnare le strade e a sciogliere il rimmel in lacrime di rabbia nervosa.

E quest’uomo fece una cosa che la sorprese, si mise con le gambe piegate e le mani sulla testa e rimase fermo, come se aspettasse una preghiera o il resto delle botte. E disse solo una parola, qualcosa che sembrò essere una parola, la pronuncia di una frase iniziata: offrirti dell’uva? La donna vide accanto ai piedi un sacchetto contenente dell’uva. E l’idea che in quella situazione lui le offrisse dell’uva, anziché farla imbestialire di più le provocò un accesso di risa, tanto da farla tossire…

Un uomo che mangia dell’uva, in questa situazione è fuori di testa, ma non può essere cattivo pensò. Lo aiutò a rialzarsi, lo fece sedere nei sedili posteriori, e si avviò dicendo, adesso andiamo a prendere un caffè, per calmarci. L’uomo salì, gli occhi con la corsa lunga dei perdenti, la barba ispida e i movimenti di uno imbottito di tranquillanti, e disse solo, grazie Adesso che mi sono calmata, mi dici perché eri dentro la mia macchina? Volevo un riparo, questa pioggia si infila nei vestiti. Ah, e una casa, non ce l’hai? Hai preso la mia macchina per un ricovero, porca miseria? Me ne sarei andato presto, non ho fatto danni. E dove hai imparato ad aprire le macchine cosi? Mica tutti son capaci di non lasciar segni come hai fatto tu
Eh, cose che si imparano, un domani che ti diventano utili. Non ci credo che eri lì per caso, ti manda Lanteri ? Non so di cosa stai parlando Scesero, entrarono nel bar, Baba Jaga guardò se ci fosse qualche faccia conosciuta, si tranquillizzò, alla luce blu del bancone in stile fusion. Stasera non so cosa ti avrei fatto. Come mai non sei a casa tua, da tua moglie? Non ho moglie, né figli. Non sono di questa città, ma avevo dei parenti che non trovo più, e ormai non importa. Devo andarmene, da qui Sì, sì, andatevene tutti, va, cosi resto solo io qui a battere, senza clienti. La vita colpisce alle spalle, ed è già tanto quando sopravvivi. Senti bello, ladro d’auto e filosofo, è troppo. Perché non mi racconti qualcosa su come hai fatto a ridurti così? Stavano lì a parlare, dentro un cono di luce e in quel momento era tutta la città che contava. Lui spostò il bicchiere di cognac come fosse sbagliato, alzò appena gli occhi senza guardarla e fece un cenno di rifiuto Non voglio più bere, non voglio parlare, mi serve una nuova vita. Lei lo guardò, iniziò a sorridere lentamente e alzandosi disse solo, vieni con me. Andarono a casa di lei, lei disse, se vuoi farti una doccia, ho finito con il lavoro, questo che succederà è privato, ok? Sì, disse lui, e rimase seduto in punta al divano, a fissare uno specchio a forma di sole dorato. Forse è meglio che adesso vada, non sono più abituato a stare nel mondo civile. E di fronte alla faccia allibita di Baba Yaga, l’uomo trascinò i suoi lenti passi, richiuse la porta senza far rumore, e non permise alla notte di concludersi, lasciando tutti insonni.

(da ” In villa nel cartone” di Lino Di Gianni )17904009_10209569501970384_3855250718634889005_n

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