I racconti delle Sindromi-Lino Di Gianni (1-4)


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  1. I corvi- (Sindrome di Stendhal)

Un grande amore, era un grande amore. Che altro poteva dire di più? Apriva con studiata meraviglia le caramelle alla Melissa e Limone, come se le vedesse solo ora per la prima volta; leggeva gli ingredienti uno a uno, controllando che non ci fosse zucchero.

Ma proprio a lui, che conosceva tutti i trucchi che il Tempo gioca in quel giro di Tango lento e passionale?

Lasciamo perdere, si diceva, basta pensarci. Sì, però. Quando ti capita, quell’intesa?

Come posso spiegarti, se non l’hai provata. Come dare a te la misura-del-fremito che mi percorreva? Quando affoghi per una risata e gli occhi lacrimano? Questo cielo, vien giù, non lo tiene più nessuno. Ma non devo distrarmi, devo stare concentrato. Sono sicuro che passerà di qui, lo so, lo sento. Quella residua complicità, ah, Mon Dieu, la mia Provence, l’avessi portata lì, solo una volta, ce l’avrei fatta. Blu nel blu, l’avrei piantata tra i campi di Lavanda, l’avrei nascosta tra gli scogli di Le Levandou, sotto la statua dell’Ondina, a guardare nascosti il porto. Certo, lo so, lo so: mi dava appuntamenti e poi non si presentava per mesi. Si negava, si nascondeva. Sempre da fare, qualcosa da andare. Oh, che peccato, oggi lo star male.

Ma io no, io lì, resistente, calmo. Sii dolce, mi dicevo, sii paziente, ma sapevo cosa mi attendeva.

Per quante esperienze tu possa aver avuto prima, dovevi scordarle.

Per tutte le esistenze usate e consumate quando ancora, camminando, toccavi terra e un tacco seguiva l’altro conoscendo, a memoria, cosa ci sarebbe stato prima, cosa dopo.

Lei, ti entrava dagli occhi. In qualunque modo, sarebbe andata questa volta, l’avrebbe avuta. Lui solo. Per sempre, ovunque, contemporaneamente al desiderio sorto.

Per questo, adesso era lì. Poco. Solo qualche minuto, e tutto si sarebbe concluso.

Era la sua prima volta, è vero, ma la macchina la sapeva guidare bene, la fuga sarebbe stata precisa, le strade verso la sua Provenza, le sapeva a memoria In pieno giorno, finalmente, davanti al prestigioso museo, avrebbe avuto solo per lui quella Tela, col cielo stellato di Arles, e gli azzurri da cieli impiccati che lo facevano svenire, insieme all’oro del granturco, al nero effetto mosso dei corvi di Arles. Sette anni per una pennellata, e finalmente sarebbe stata sua. Nessuno gli avrebbe più negato le visite, né il possesso: sarebbero stati soli lui e la Tela. Per sempre.

  1. L’isola. (La sindrome di Stoccolma)

Era una piccola casa con sole due stanze, ma con un giardino a terrazza sotto piccoli alberelli di macchia mediterranea.

Salivi la scalinata, camminando dal piccolo porto e, prima di vedere un ristretto spazio adibito a campeggio, vedevi la casa di Therese. Aveva sempre un vestito intero, d’estate. Leggero, stile anni 50, stretto in vita e un po’ largo sotto. Anche le sue pettinature erano un po’ antiquate, con quella molletta nei capelli crespi. Sembrava quelle giovani donne che a Napoli o Parigi aveva accolto l’esercito americano, per la Liberazione.

Il rumore delle cicale era il sottofondo continuo e l’odore forte delle ginestre e del rosmarino avvolgeva i fianchi dell’isola. Il suo ambiente naturale si era preservato grazie all’occupazione militare dei tre quarti dell’isola, tuttora inaccessibile.

Nella parte restante radi turisti, a quell’epoca, 1980, e non c’era nemmeno ancora la luce. Per qualche ora sopperivano dei generatori, ma poi tutti dovevano arrangiarsi.

Therese, una volta alla settimana, al giovedì, riceveva la posta dal Continente. Il postino sapeva di questo appuntamento, e si divertiva a vederla soffrire: – Therese, oggi il battello non è arrivato, niente posta!- oppure – Therese, oggi il tuo bello, non ti ha scritto, si è dimenticato di te-.

Therese, che non era più una ragazzina, aveva 37 anni, anche se non si era mai sposata né aveva mai avuto figli, sapeva della crudeltà del mondo, e di come si divertono a vederti soffrire, se non possono godere di un qualche privilegio. E dunque lei si limitava a stringere le labbra, in un filo sottile sottile. E aspettava, la prossima lettera.

Intanto, durante la settimana, dopo aver fatto qualcuna delle sue ampolle di argilla, scriveva un bigliettino, e lo sigillava dentro, per spedirlo in mare. – Se qualcuno trova questo messaggio, lo consegni all’ospedale della città di ***. All’attenzione del Signor Fabrice Clementì. Ditegli che Therese non ha smesso i coltivare i campi, che la capretta Melisse sta bene e- scriveva con grafia più incerta-che ci sarà sempre un posto a cena per lui.

In questa sua personale, faticosa messaggeria era aiutata dal vecchio Clarin, un uomo che campava di pesci, erbe es-siccate che vendeva per gli arrosti e alici sotto sale. Con la sua barca a motore, Clarin in mezz’ora raggiungeva il Continente e lasciava nell’ufficio del porto, laddove partivano tutti i giorni traghetti per le isole più famose.

In gioventù Clarin era stato in prigione, per un crimine che gli pesava molto sulla coscienza: in un accesso d’ira, dopo aver bevuto e perso il controllo dei propri nervi, aveva strangolato il piccolo collo tenero di Colette, che era stata al servizio della sua famiglia, prima, e poi lo aveva sposato. Da allora, Clarin era profondamente cambiato. Therese lo sapeva, e in cuor suo ne aveva pena. Dunque, Clarin, andrete in città. Dopodomani? Un solo movimento con la testa, di Clarin.

Mi porterete le mie lettere, vero? Cosi non dovrà aspettare il ritiro del postale, che con l’acqua alta, arriva di rado. Le rughe attorno agli occhi del vecchio si infittivano o-gni volta che vedeva quella donna attendere il suo uomo. Tutti sapevano che era stato arrestato durante il tentativo di rubare un famoso quadro. E in più, se ci fosse riuscito, nessuno gliel’avrebbe com-prato. Anche Therese sapeva che non sarebbe mai riuscita a essere desiderata come se fosse l’ultimo quadro del mondo.

Aveva capito di essere prigioniera, in quell’isola.

Ma nessuno, la teneva lì. Aveva capito di essere stata rapita, e viziata dal Tempo del desiderio trascorso lì. Ora, che era diventata invisibile, agli occhi di lui, avrebbe voluto trasformarsi in un quadro, per farsi guardare.

Ogni mattina, sarebbe stata il lieve movimento del corvo, forse intuito, forse inventato. E Fabrice, l’uomo che lei aveva amato, che era partito e che le scriveva da lontano in preda a passioni incontrollabili, Fabrice, sarebbe stato per sempre il suo carceriere, a cui lei era legata, da cui era stata segnata.

– Mio caro Fabrice, in quest’isola che voi conoscete bene, e dove ho trascorso i pochi, veri momenti in cui mi sono sentita viva nella mia vita, tutto procede uguale al Tempo in cui eravate qui.

Solo, ho imparato da voi la libertà dei pesci, e delle correnti, e la necessità degli incontri altrove, dove le tartarughe depongono le uova, e le cicale non smettono di trapuntare l’aria.

Non dimenticatemi: io vi ho preparato nuovi colori con terre di quaggiù. So che avete sempre il mio vaso di lavanda, e ogni mattino lo mettete fuori pensando all’isola.

Sappiate che un po’ di quel profumo, mi appartiene-.

  1. La voce . (La Sindrome di Asperger)

Nell’isola, esiste una baia.L’unica parte sabbiosa di un’isola altrimenti fatta di scogli aspri e non vinti dal mare. In quel tratto di mare, una palma inclinata promette i Tropici e fornisce l’ombra necessaria a Isidore. Isidore è un ragazzino che si vede spesso correre e apparire ovunque: i suoi capelli biondi, il suo aquilone rosso e la sua voce, quando nessuno lo sente, che canta sempre la stessa canzone: Alouette, gentille alouette, Alouette, je te plumerai. Je te plumerai la tête, Je te…

Non parla mai molto, con nessuno, Isidore. Gli piace solo ascoltare le storie che racconta il nonno Clarìn, di quando combatteva nella guerra di Spagna, contro l’invasore franchista. Il nonno che diventa alto, come una Torre Saracena, quando canta per lui, con voce tonante, le canzoni della tradizione spagnola: Los cuatro generales, Los cuatro generales, Los cuatro generales¡ Mamita mía! Que se han alzado, Que se… E cosi Isidore ha scoperto un’amica importante: la sua voce quando canta, quando parla ad alta voce, quando imita il verso insistente del gabbiano. Una voce che rifiuta di cedere le tonalità bianche dell’infanzia per cedere, piano piano, a quelle brunite dell’adolescenza. Isidore, non ha mai conosciuto sua madre, esistita e de-scritta solo nei racconti del nonno Clarin: di quando lei faceva la modella per un pittore bravissimo che girava per i cieli delle Fiandre in cerca del volo dei corvi, dell’oro del grano e della sinfonia degli azzurri tra cieli, albe e mari. Dicevano che si era mozzato un orecchio per mettere a tacere la voce della sua follia.Ma il nonno Clarin glielo aveva detto, un giorno, guardando il mare. Isidore, nessuno può rinunciare a cercare il suono esatto della propria voce. Non basta cantare, Isidore, bisogna cercare il sogno che si aggrappa a quella nascita. Il ragazzo lo guardava interdetto, cosa voleva dire, il nonno, lui la sua voce la sentiva, giorno e notte, anche quando taceva. La sua voce era l’aquilone che chiedeva vento.

Isidore, la voce libera, dà fastidio. Imparalo. Devi nascondere questo dono, fino a che non sei forte abbastanza per difenderla. Perché il giorno che non la sentirai più, sarai perduto.

Sulla scogliera, in posti dove sola capra del nonno Clarin riusciva ad arrivare, Isidore guardava le uova di gabbiano, e aspettava che si schiudessero, per le promesse di nuovi voli.

-Il mondo senza mamma, diceva il ragazzo alla capretta, è un mondo che ti manca, un orlo senza confine, un bicchiere senza latte. Io sono la tua mamma, e non ti abbandonerò mai. Negli occhi di Isidore, il segreto dell’Isola, la riconoscenza della capretta, il mare che avanza e si ritira: mentre lui guarda alzarsi piano l’aquilone rosso, oltre la testa di Ondine, la statua che sorveglia l’Isola.

4.L’equivoco (La sindrome dell’X fragile)

Dalla stanza della sua prigione si vedeva in lontananza un cielo.

Fabrice, sapeva che sotto quel cielo c’era un parco.

E usava la fantasia per immaginare di camminare su quel prato verde assetato di sole vero. E cercava di ricostruirsi, nella testa, qualcuno dei giorni passati in compagnia di Therese.

Di quando lui, da Parigi, le mandava foto dei vestiti per lei, per far vedere che la pensava, che se anche non li compravano per mancanza di soldi, quei vestiti appartenevano a loro, perché li avevano scelti.O di quando, all’Isola, seduti vicini sul promontorio da cui si vedeva la costa illuminata dai fuochi del 14 Luglio. Si scambiavano parole al buio, fingendo di essersi appena conosciuti, per continuare il momento magico di quando vuoi sapere tutto dell’altro, ora, adesso.

– Posso sapere come vi chiamate?

– No, è meglio non addossare colpe, a chi poi ci lascerà

– Temete gli abbandoni?

– Non pensate a questo, adesso. Ditemi, sentite anche voi lo spazio nel buio, quella frattura delle cose spiegate, e l’adesso, istupidito nel fissarvi negli occhi?

– A me manca già, la vostra bocca. Non sapevo potesse la-sciare rimpianti

– Si, il tempo passato senza conoscervi

– Forse era necessario!

– Ma adesso lasciatevi abbracciare, testimoni solo qualche gufo nel silenzio interrotto dai rospi.

– vi prego fate piano, o stringetemi che io non abbia più fiato.

Uno a uno i momenti passati sgranavano il rosario dei ricordi nella mente di Fabrice, quando la vita apparteneva a una donna, la donna dell’Isola. Prima che fosse colpito dalla malattia che cancella i ricordi e prende forma di una mano che disegna, che tenta di ricostruire dall’inizio un quadro che aveva visto più volte:I mangiatori di patate.

Fabrice aspettava che la cella prendesse luce dalle lampade, per far vivere lo sfumato cancellato a gomma.

Ma, lo sapeva: lui non sapeva né disegnare, né dipingere.

Poteva solo accontentarsi di guardare.O usare le parole, per dare forma e volume e vita a quei corpi.E la sua testa andava alle corse nell’isola con Kira, la cagna che aveva portato dai Pirenei,

Kira, che abbaiava a tutte le divise, compresa la tonaca del prete, e lui doveva scusarsi. Gli occhi rossi come braci ardenti dietro il cancello di quell’ultima gabbia, quando la trovarono randagia dopo che qualcuno l’aveva picchiata e rubata. Stava, Fabrice, immobile. Quasi trattenendo il respiro.

E gli sembrava, assurdamente, di sentire le cicale frinire col buio che avanzava, anche lì, a mille km dall’isola.

La sera avanzava anche nell’ Isola, nella casa di Therese, che attendeva il canto del cuculo per mettere su la lampada e rileggersi le cose che aveva scritto.Therese credeva nel potere delle parole, che ti restano addosso, con la una fragranza che dura per ore. Sorrideva, nel buio a pensare ai propositi anarchici di Fabrice, quando le diceva: a me piace regalare qualcosa alle persone, perché li spiazzo. Li vedo in affanno, a pensare a cosa c’è sotto, a pensare a come ricambiare- per sdebitarsi-

Invece, diceva, Fabrice, il mio dono è gratuito. È inatteso.

E ha valore solo per chi riesce a capirlo. Per questo regalo i libri che scrivo.Come se fossero legna da ardere, se sai vedere il camino che c’è, pronto ad accendersi, con uno sguardo vero, deciso, prolungato. Come uno che ti sfiori, chiedendoti scusa.

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2 risposte a I racconti delle Sindromi-Lino Di Gianni (1-4)

  1. Á. ha detto:

    Sono d’accordo con Therèse: le parole ti restano addosso!

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