Gattamelata


Gattamelata  
(Ou Le Traite Du Vain Combat)
di
Lino Di Gianni

 

 


Stavo facendo un sogno dolce, mentre dormivo con accanto una bella donna col seno nudo, anche per il caldo della prima estate.
D’improvviso le parole lontane diventarono la porta della camera che si spalanca, la luce lampo che inchioda e due uomini sulla porta che gridano: Se ti muovi, sparo.
Rimasi impietrito con un occhio spalancato vicino alla canna della mitraglietta Beretta.
Cercavo gli occhiali nel cassetto, diventai una statua di sale.
La faccia bianca come un lenzuolo della mia compagna mi diceva che avevamo un problema, un grosso problema.
Eravamo arrivati la sera prima, io e Wolfanga, con un lungo viaggio in treno dalla Sicilia. Solo i soldi del biglietto già fatto. Sette ore nel trenino a vapore da Agrigento a Milazzo. Alle due, sul traghetto, guardavamo rapiti gli avanzi della mensa, senza osare toccarli.

“ Questa è un’operazione di polizia. Alzatevi, vestitevi e venite nel corridoio, sempre con le mani bene in vista”.
Cazzo, almeno non erano ladri o criminali. Ma la polizia, che diavolo voleva, da noi?

In quel momento, dalle altre stanze dell’appartamento, vidi arrivare tutto eccitato il cagnolino di Carlin, uno degli amici con cui condividevo la casa.
Cercava conforto odorando i pantaloni dei nuovi arrivati che non sapevano come trattarlo (se fossero stati soli, magari a calci in culo).
Wolfanga in maglietta e slip e zoccoli neri da femminista olandese sfidò con lo sguardo il poliziotto distratto dalle sue forme e prese in braccio il cagnetto, che prese a leccarle e  mordicchiarle la mano.
“ Buono Gattamelata, buono- che i signori non vogliono farti male. E vanno via presto, vero?”.
Le sue parole ebbero l’effetto di calmare anche me, che, ormai mi sentivo come se fossi un testimone casuale, e il sangue tornava piano piano a scorrermi in faccia.

Mentre aspettavo sentivo voci nell’altra stanza, e mi veniva in mente che il giorno prima io e la donna eravamo in giro per la Sicilia a fare autostop.
A Palermo il direttore della Standa, ci diede un passaggio.
Ad Agrigento, vicino alla Valle dei Templi, lasciata crescere a erbacce e acqua proibita nel sottosuolo, un maniaco voleva portarci a casa sua.
A Corleone tre gorilla su una Fiat 850 bianca ci obbligarono a salire e ci portarono fuori del paese, senza dirci niente.
Eh, che ne sapeva lei, pensavo, di questa Italia medievale del 1979, dove al Nord le fabbriche cominciavano il ciclo discendente delle lotte operaie, e al Sud, prima ancora della mafia, il latifondo operante vincolava ancora uomini e bestie?

Avevamo fatto l’amore nudi a mezzogiorno, in una caletta isolata, ubriachi dell’uva con gli acini grossi e ad alta gradazione  alcolica. Risalendo il sentiero, vedemmo un contadino che ci aveva spiati e che ci minacciava con un sottile ramo d’albero, come fosse un frustino sibilante nell’aria, incerto se aggredirci. Credo fosse stata la prontezza aggressiva di Wolfanga, e le sue parolacce in italiano, a sconcertarlo e bloccarlo, più che la valutazione dei miei muscoli.

Mi scossi dai miei pensieri al sentire il commissario definire con il mio amico Carlin la situazione:
la casa era stata segnalata come possibile covo delle Brigate Rosse. Carlin era delegato operaio della Fml a Mirafiori, c’era stato a Gennaio l’ uccisione di Guido Rossa, un operaio del Partito Comunista considerato delatore.
Il commissario si scusò per l’errore, avevano guardato anche nella lavatrice, trovato niente, solo l’abbaiare di Gattamelata, e lo spillo che ha trafitto la foto di quella notte, sulla nostra pelle.

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