Come un cobra rilassato- racconto


Mentre ero pensieroso e preoccupato, per questa prova di nuoto di 8 km all’andata e 8 km al ritorno, in mare, con le correnti , con la muta per il freddo, ma con una respirazione inadeguata che dopo dieci metri mi fa fermare.

Mentre pensavo “ Io non parto, mi ritiro in partenza, son mica matto, chi me lo fa fare?” arriva il fissato del gruppo che mi dice che ha appena provato, 8 minuti come nella media, tutto il percorso. Io non so assolutamente niente, su quanti minuti ci vogliano, e in quel momento mi sento spinto sempre di più, oltre a fargli i complimenti, a pensare “ Io non parto, col cavolo che parto !”

Improvvisamente lo scenario apparentemente cambia, ma in realtà continua, e quindi potrebbe essere una spiaggia, però con degli arbusti in riva. Ci sono io, c’è anche anche la mia compagna con altre persone. Io mi allontano di poco.
In quel momento un gruppo di persone mi circonda.
Io mi ritraggo, un po’ spaventato, dico- ma cosa volete?
Però la situazione non è minacciosa, una donna dice, ma no, stai tranquillo, abbiamo preparato questa maschera per te, per la tua gara di nuoto.
E qui accade una cosa straordinaria.
Le persone mi circondano e mi abbracciano lasciando uno spazio minimo all’interno di questo cestino formato dalle braccia , grande come la mia altezza.
Io capisco che devo abbandonarmi all’ondeggiare di questo contenitore di oscillazioni morbide, e che, anzi, posso contribuire spostando il mio peso ora di qua, ora di là.

La mia testa in un certo momento spunta fuori da questa enorme cesta umana, che senza suoni ondeggia senza perdere il baricentro.
Io guardo se la mia compagna si accorge, e vorrei tranquillizzarla, ma sono calmo, e la so curiosa, ma rispettosa dei processi di autonomia altrui. E credo guardi e non guardi, benevolente, a distanza, senza apparentemente interferire.

Di solito, non ricordo i sogni. Tranne quelli della quasi alba.
Ieri ho avuto una giornata difficile, sul lavoro.
Di quelle che mentre stai facendo un buon esercizio con la videocamera, con due persone, ti arrivano due persone con pochi strumenti dal Marocco, una donna anziana e sua nuora giovane dall’Albania, non parlanti italiano, e contemporaneamente una altra querula donna albanese, con bambino di due anni, che protestava su tutto, volendo la baby sitter, il quaderno, il libro gratis.
Io dovrei accoglierli, tenerli, insegnar loro (ma avevo le mani nei capelli) (Però poi ci son riuscito.)

Perché scrivo queste cose? Perché non credo nella New age, nella sincerità esibita, nel privato sputtanato. Ma credo che tentar di scrivere di poesia ti renda vulnerabile. E l’unico modo di Non guarire, sia continuare ad esserlo, nel senso di stare dentro quel cestino di vimini enorme, del mio sogno, come un cobra rilassato.

17 Ottobre “2012                                         Lino Di Gianni

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