dal libro di racconti ” Carlin” di Lino Di Gianni


 

dal libro di racconti
” Carlin” -lotte operaie in bicicletta di Lino Di Gianni ed Ilmiolibro.it

Il murales

 

Era notte, la piazza vuota, luci stentate e ombre dove passava qualche coppietta stretta, a lei ballava il tacco, a lui si stancava il braccio.

Era per questa notte.

Già l’immaginava, la sorpresa, di tutte le donnette del paese, davanti al muro della chiesa, l’indomani mattina.Controllò nella scatola gli attrezzi del mestiere, ben legati e messi in basso nel portapacchi della vecchia bicicletta.

Le tre. L’ora stabilita. Carlin parcheggiò lontano dal muro, poi come se dovesse temperare i baffi alle mosche, uscì dalla luce sgasata dei lampioni, appoggiò la scala nella facciata della chiesa e iniziò, preciso e bene, senza fretta, come per arrampicare un terzo grado. Primo venne il profilo dell’aereo americano che bombarda, poi la scritta insanguinata Vietnam Libero, e poi il profilo di Ho-Chi-min e per ultimo l’inferno in terra, col prete del paese che bruciava tra le fiamme. “Le donne, che ridere, lo scandalo, domani.”

“Vai Carlin, dai il segnale, quest’anno qui, il 1969 lo dobbiamo fare col passo dell’orso” si diceva in testa. E via con la bici, come neanche il partigiano Dante Di Nanni inseguito dai fascisti. L’unica volta che Carlin aveva trovato una donna che ci piaceva, operaia al Cotonificio, ne aveva ricevuto un rifiuto. “Te sei troppo misero, caro il mio rivolussionario. No ghè storia, tra noi. Mi me cerco uno con gli sghei.” Carlin aveva riso amaro, con le spalle al muro e buttando i suoi occhi blu da folle in faccia le aveva sorriso col fiato corto “L’è bel cusì? Cusì l’è bel..!”

Un giorno Carlin si era ritrovato a pensare seduto sul cesso della sua casa, pensiero che non usciva mai dalla gabbia, uccello in cattività:

“Dov’è, dov’è che partirà… la cosiddetta scintilla della Rivoluzione?” – e gli brillavano di più i denti, ogni volta che la lingua scivolava, sulla parola scintilla (ostia, anche tartagliare, ci veniva ora).

E poi si era risposto, improvvisamente schiarito come il salone del matrimonio:

“Ma sì, la rivolussione partirà da Mi-ra-fio-ri. La più grande fabbrica del proletariato, 50.000 operai che son dietro a costruirci la ricchezza all’Agnelli.” Si licenziò dal cotonificio, e si fece assumere: elettricista manutentore, Settore Meccaniche, turno normale, dalle 8 alle 16. Anche qui, è da non credere, dentro la fabbrica, dico, aveva il permesso di muoversi in bicicletta. Dovevano presentarsi in due, sempre disponibili, lui era il bocia, anche se a trent’anni passati. Il principale era un bravo cristo prossimo alla pensione, semicieco da un occhio e zoppicante per il diabete.

“Deh, Napuli,  mi hai portato il salame?” Il principale era meridionale, e gli piaceva sfottere Carlin, suo sottoposto. In pratica, tutto il lavoro doveva farlo l’operaio manutentore Carlin Dregotti, praticamente elettricista.

C’era una famiglia, una donna e due figli. Lei picchiata e abbandonata dal marito, due figli piccoli.

Faceva i lavori nelle case, ma pochi avevano i soldi da pagarsi una donna delle pulizie. Allora Carlin, in attesa della rivoluzione generale, dava metà del suo stipendio a quella donna, un po’ comprando il mangiare, un po’ con le bollette. Perché l’idea, l’idea della liberazione del proletariato, forse avrebbe tardato un po’, a vedere i casini di quegli anni. Allora, giuda fauss, bisognava sbrigarsi, neh. Come i pezzi alla catena, mica ne puoi saltare uno sì e uno no.

Non c’erano storie, con quella signora.

Gli occhi di Carlin a volte erano lago di montagna, dei giri in bici nelle dolomiti, senza gomma di ricambio, col mito dei grandi scalatori del ciclismo, Girardengo e Coppi. Sì, anche quel brasiliano del calcio, era unico, come si chiamava? Manoel Francisco dos Santos meglio noto come Garrincha, con le gambe storte come le sue, ma che scartava gli avversari come un dio.

“Calma e gesso”, Carlin, si diceva mentre con un tubo al neon tra i denti faceva scappare gli impiegati dalle palazzine Fiat, durante uno sciopero. Pensavano avesse un candelotto di dinamite, o fosse pericoloso, con gli occhi così da folle.

 

Informazioni su linodigianni

www.linodigianni.it
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