La noia del mondo.14. Racconto di lino di gianni


La noia del mondo.

1

La serranda non era abbassata, dalla finestra si vedeva il mare andare e venire, assediando gli scogli.
O forse no, quel mare era solo nella sua testa, perché Emiliano abitava al quinto piano, e davanti aveva solo il cielo.
Il suo collega di lavoro lo chiamava “Zapata”, per sfotterlo, perché diceva che i rivoluzionari non esistevano più, ma che lui sì, Emiliano, poteva considerarsi l’ultimo della specie: anche se un rivoluzionario gentile, buono solo a guardare i fiori e gli uccelli.
Emiliano faceva un lavoro qualunque, bidello in una scuola, ma il suo vero lavoro era osservare, e farsi domande.
In un tempo in cui tutti parlano e sanno cosa vogliono, a Emiliano piaceva imparare domande nuove da farsi.
Quando parlava con sua moglie Agostina gli sembrava difficile farsi capire. Lei diceva che le risposte sono più importanti, soprattutto quelle giuste.
Sua moglie amava la precisione nelle cose, e quando incartava le patate del suo banchetto al mercato le piaceva raccontare se erano del raccolto vecchio, o se buone per gli gnocchi o le patate fritte.
“Dimmi la verità, ieri qualcuno ti ha fatto uno sgarbo!”.
Agostina lo capiva al volo, quando suo marito se ne tornava mogio mogio, con negli occhi la neve e gli spilli del tormento.
“No, ma forse un po’. Non so. Però tu hai gli occhi belli”.
Agostina sorrise; dopo quindici anni di matrimonio la sorprendeva ancora la freschezza dei sentimenti tra di loro.
“Dai, racconta, che poi devi guardare un po’ i compiti di tua figlia, che sai che lei aspetta sempre che la coccoli”.
Emiliano s’illuminava tutto quando doveva passare un po’ di tempo.
Con sua figlia, una bambina tenera di sette anni, Zoe.
“Zoe -le diceva- che avete studiato oggi a scuola?”
E la bambina rispondeva: “come fanno l’uovo le galline”.
E ridevano tutti e due, papà e figlia, perché sapevano che era tutto inventato sul momento, come un gioco d’abitudine tra loro.
Anche con sua moglie la bambina giocava, per esempio a cercare le parole giuste.
La mamma diceva: “Zoe, le parole giuste per dire buono?”
“Mm, buono, gelato, cioccolato, cielo innevato, gatto bagnato” e poi Zoe scoppiava a ridere, irresistibile per la mamma.

Nella scuola di Emiliano c’erano solo adulti, adulti stranieri che cercavano di imparare una lingua, che cercavano lavoro, una moglie, un marito, o delle amicizie.
Lui vedeva queste donne trascinarsi i figli piccoli a scuola, per avere il tempo di imparare.
A volte faceva le fotocopie in classe, e si incantava a vedere la perizia di queste signore che, con una mano cullavano il piccolo, e con l’altra scrivevano gli esercizi.
Sarebbe stato bravo lui, come loro?
Mah, forse no. Vedeva una che allattava, discreta, come se mettesse ordine nell’universo: tra il cielo uguale per tutti e la terra piena di differenze, lei nutriva col latte le speranze.
E a Emiliano faceva pensare al maglione color vino di Agostina, quando gli sorrideva, come fosse uno scugnizzo che ruba la marmellata.
Solo che adesso, Emiliano aveva un problema.Un grosso problema.
Qualcuno aveva rubato il portatile dall’armadio.
E il dirigente della scuola l’aveva chiamato a rapporto.

2.

Già, avrebbe dovuto arrivarci da solo.
Chi era così distratto da portarsi a casa il computer da dimenticare di averlo preso, e dimenticare di restituirlo?
Rudiera, Giusy Rudiera, detta mister Magoo, talmente era disinvolta nelle imprese disperate: per esempio, dire di conoscere il computer senza averlo mai usato prima.
Ad ogni modo, nonostante lo spavento, Emiliano era divertito dal clima di quella scuola.
Gli piaceva che gli stranieri potessero entrare con bambini piccoli, anche molto piccoli.
Il giorno precedente aveva visto una donna del Marocco entrare nei bagni col passeggino, per cambiare un bebè con un grosso testone.
Emiliano amava che la vita scorresse.
Meglio quello, che l’omologazione.
A Maggio, allibito, aveva guardato ai piedi dei ragazzi italiani della scuola: quattrocento tra maschi e femmine tra i quindici e i diciannove anni, tutti con scarpe da ginnastica. Tutti.
E poi li vedeva nelle aule, apatici.
Un’insegnante che parlava, la lavagna e il libro.
E loro ad ascoltare, con un decimo del cervello, stravaccati sulle sedie, chi con le cuffie, chi con il cellulare.
Ma nelle due classi di adulti stranieri, era diverso.
Ogni tanto vi entrava insieme alle persone nuove per divertirsi.
“Sai Agostina -diceva a sua moglie- è ammirevole la voglia che hanno di imparare un’altra lingua.Ma poi, non è solo quello. È che gli brillano gli occhi quando possono dirti il nome di una cosa nella loro lingua”.
“Bello -diceva Agostina- e possono usare la loro lingua, in classe?”
“Certo, certo… gli insegnanti dicono sempre che quella è la casa di tutte le lingue, con uguale dignità.
Anzi,a studiare l’italiano loro fanno una delicatezza, perché si cibano di qualcosa di nostro, diventando intimi con noi”.
“Che bella cosa che hai detto, e come mi piace quando sorridi”, disse la moglie. “Che belle cose che mi dici tu”, disse il marito, baciandola sugli occhi.
La sera arrivava, presto ci sarebbe stato il blu scuro di un nuovo mattino, si annunciava pioggia, ed Emiliano doveva prendere un treno, per una visita in ospedale.

3.

Emiliano doveva andare in treno, ma essendo in ritardo decise per l’auto. Alle sei del mattino il percorso verso la città, arrivando dalla campagna, era ancora sgombro. Un asfalto nero saldato al buio del cielo, e delle luci rosse come topi in fuga, davanti.
Arrivato alle porte della città, vide il nuovo eco-mostro, il termovalorizzatore/inceneritore nato di nascosto e adesso tutto costruito come un gigantesco dinosauro insabbiato in un prato nero. Quei pochi ragazzi che si erano opposti erano nessuno di fronte agli interessi e ai soldi che smuoveva quella costruzione.

Ore 7, ospedale, prelievo. Emiliano era seguito da un centro presso il quale si doveva presentare periodicamente a causa di una malattia del metabolismo. C’era del simbolismo anche nella sua malattia, perché ciò che mangiava si trasformava in un eccesso di zuccheri che non venivano espulsi. In più, in questo periodo, si sentiva fortemente disabile: in seguito ad un intervento, aveva pochissima resistenza con la vescica, e qualunque spostamento doveva prevedere una toilette vicina in caso di necessità fisiologica impellente; altrimenti, rischiava di farsi venire una colica e di farsela addosso.
Questa condizione gli aveva fatto riflettere molto su quella parte di anziani, che aveva visto già in ospedale, con problemi di incontinenza urinaria, coi pannoloni, e la dignità lesionata.
Sul giornale aveva letto dell’oncologo di fama che diceva: non il massimo di dose di un medicinale, ma il minimo che abbia efficacia.
Mah, si diceva Emiliano. In certi casi, non ragioni: vuoi solo che ti facciano passare i dolori. E se un paziente dà i numeri, mi sa che loro usano tutte le quantità perche l’effetto ci sia.

Già che era vicino all’ospedale Emiliano pensò di andare dal suo vecchio barbiere Durande.
Si stava incurvando con la vecchiaia.
“Siamo come alberi, pensò Emiliano, “anche le nostre ossa si incurvano con il tempo”.
Nel negozio c’era la solita rissa provocata dalle parolacce che Durande rivolgeva ai clienti amici da quarant’anni, in dialetto calabrese.
Ma erano rituali, nessuno si arrabbiava davvero.
Prima di andar via, dopo avergli tagliato i capelli, fumato la sigaretta e pronunciato una serie di scongiuri contro i mali prossimi, il barbiere Durande, fissando Emiliano gravemente negli occhi, gli disse:
“E comunque, per quel suo problema, deve far bollire i filamenti delle pannocchie. Hanno una sostanza, una proprietà attiva che libera i reni e pulisce le urine. Provi, vedrà”.

4

C’era stata questa cosa del gruppo di lettura.
Emiliano amava molto la lettura, la scrittura. Senza chiedere permesso a nessuno, con un semplice libro scritto, era possibile entrare in mondi che si facevano conoscere da te, nuovo esploratore. Ciascun lettore, arricchiva il libro col proprio punto di vista. Quando lui si metteva sulla poltrona a leggere si dimenticava di tutto, il mondo diventava uno schermo bianco con un piccolo film che girava lui.
E questo piccolo gruppo di lettura, che sceglieva un libro e poi ne discuteva aveva questo di bello: nessun paludamento, o formalità. Uno arrivava lì e diceva ciò che pensava.

Naturalmente, Emiliano sapeva che c’erano anche legami di amicizia tra alcune persone del gruppo. Che qualcuno preferiva libri con contenuti corposi, tipo tutti i libri di Philip Roth.
Altri che preferivano romanzi di autori italiani. Altri ancora che avevano grandi curiosità sugli scrittori più diversi.
Quello che Emiliano non sopportava era quando qualcuno iniziava a parlare per un quarto d’ora, venti minuti, mezz’ora senza preoccuparsi di lasciare spazio agli altri.
A volte, qualcuno non ascoltava le parole degli altri.
Altre volte delle persone del gruppo non dicevano mai niente, come se parlare fosse stato troppo diretto. Meglio i pensieri, forse.
Erano quasi tutte donne, a parte lui e qualche occasionale ospite.
Anche questo era un segno della disponibilità delle donne ad accogliere mondi e grammatiche del vivere e del pensare.
Forse gli uomini pensavano che leggere romanzi era una perdita di tempo.
“Agostina, hai finito di leggere quel libro strano, di quell’autore, mi pare il fondatore della casa editrice… che ha quel titolo che mi piace molto?”
“ Sì, sì l’ho finito… La Folie Baudelaire, bellissimo, ma l’avevo preso in biblioteca. Costa molto, ma te lo consiglio, è affascinante”.
“Eh -rispose Emiliano- mi piacerebbe trovarlo usato, lo comprerei subito”.
E provò a scrivere il titolo sul computer collegato on line.
Eccolo. L’aveva trovato nella città. A metà prezzo. Ma sarebbe stato veramente ritirabile, o era uno dei soliti trucchi della maledetta macchina tecnologica?
Per consolarsi, nell’attesa della mail di risposta, rilesse ancora un pezzo della presentazione del libro.
“E tu cosa stai leggendo adesso, Emiliano?”
“Io ho finito l’ultimo di Benni,La traccia dell’angelo, dovevamo leggerlo e discuterlo nel gruppo di lettura. Ma poi avevano tutti un qualche impedimento, e il gruppo è saltato”

5

“Non mi piace il mio nome, me lo cambio!”.
“Dài, ma Agostina non è brutto. Mm, quando è che sei nata, già?”
Emiliano sapeva che la donna, non avrebbe risposto.
Si arrabbiava, perché non sapeva se era il caso A o il caso B.
Caso A: Emiliano non ricorda mai niente, poverino, irrecuperabile.
Caso B: Emiliano fa finta, per prendere in giro e provocare allegre baruffe.
Agostina scrutò bene gli occhi dell’uomo: il vuoto assoluto.
Era un tipico caso A, irrecuperabile.
“Comunque, non sono nata d’agosto, e invece potrei chiamarmi con un nome diverso, che so: un nome di vento, qualcosa come Eolina.
Ti piace?”.
L’uomo guardò la donna che amava da lungo tempo e cercò di capire.
Caso A: se rispondi di no, sono guai, lunghe discussioni
Caso B: se rispondi di sì, sono guai, ti chiederà perché
Caso C: raro caso di domanda senza trappola, sorridere e basta.
Optò per il caso C, e attese.
“Senti, Emiliano, voglio farti una domanda impegnativa, mi ascolti?”
“Certo, amore. Dimmi” e le prese le mani per stabilire un contatto fisico, come se i pensieri dovessero trovare un canale diverso: più intimo, personale, accogliente.
“Volevo chiederti, se tu dovessi definire cos’è “La noia del mondo” per te, cosa diresti?”
Emiliano rimase sorpreso, come se gli offrissero da bere alle sette del mattino. Poi guardò l’ora, si rassicurò e disse:
“Penso che sia un veleno che contagia chi non vuole aprire il proprio cervello alla realtà della vita. La noia del mondo appartiene a un mondo dove i sentimenti sono già stati tutti usati, come vestiti dismessi, e buttati.
Ma perché mi chiedi questo, piccola?”
Agostina si spostò i capelli ricci dal volto, tirò un po’ le labbra sentendole asciutte, e pensò ad alta voce:
“Ci vuole qualcosa per inumidirle”.

6

Agostina diceva sempre: bisogna mangiare all’ora che uno ha fame, non a quella stabilita. Emiliano aggiungeva: e dormire quando uno ha sonno. Difatti a volte gli capitava di addormentarsi molto presto, con le forze che lo abbandonavano lentamente .
Certo poi i risvegli avvenivano al mattino molto presto.
Come questo, dove pioveva da due giorni, e le scuole in città erano state chiuse per la temuta onda di piena del Po e dei ponti sulla Dora che stentavano a contenere le acque.
Nei dintorni del paese di Emiliano i campi allagati non assorbivano più l’acqua e pozze improvvise e non segnalate avevano rischiato di far finire fuori strada gli automobilisti.
“ Dici sempre che ti piace l’acqua, che è il tuo elemento naturale, sarai contenta, adesso!”
Emiliano prendeva bonariamente in giro la moglie, ma lei su questi argomenti era sempre molto seria
“ Mi piace l’acqua, è vero, lo confermo! Ma non il diluvio universale. E non ho nemmeno pronta l’arca- e qui iniziava a ridere, contenta della sua battuta.
Emiliano la guardava tra il serio e il divertito, però sapeva che entrambi erano preoccupati per i danni che l’ingrossamento dei fiumi e dei torrenti poteva portare: la montagna non curata si vendicava e come già anni fa trascinava a valle tutto ciò che trovava. Se c’erano ponti di cemento inopportuni prima si accumulavano detriti e poi travolgeva tutto.
E pensare che la cura del territorio avrebbe potuto dar lavoro a migliaia di giovani: oltre all’amore per le proprie radici si sarebbe guadagnato in vite umane e distari evitati.
Ma questo era il paese dove dalle calamità si ricavavano soldi per speculare. Si gioiva dei terremoti per gli appalti che portavano.
Agostina interruppe il filo dei pensieri chiamando il marito per mostrargli come aveva riordinato tutti gli armadi:
“ E adesso, per favore, cerca di mantenere un minimo d’ordine, quando riponi i vestiti. Non si può ogni volta starti dietro per mettere tutte le cose a posto”
“Come cavolo si piega un maglione, fammi vedere, Agostina”
E Agostina, paziente, glielo mostrava, come tante altre volte.
“ Conviene chiudere le cerniere,e non appendere le maglie, cje poi resta il segno”
“Già, ma quando la cerniera era doppia, come questa, come cavolo si faceva, a chiuderla?” Emiliano in quel caso abbandonava il maglione al suo destino, su una sedia, in attesa, dimenticandolo.

Quel giorno, a metà mattina, Agostina era uscita. Aveva dimenticato un quaderno, sul suo tavolino. Incuriosito, Emiliano lo prese, e lo aprì, per leggere quello che c’era scritto.
Non sapeva che la moglie scrivesse, o che prendesse appunti su un quaderno.
Una persona che vende al mercato spiegando amorevolmente ogni caratteristica della sua merce e che crede nella importanza delle risposte e delle parole giuste, sicuramente ama la natura, pensa e pondera

7

“Simona è grande, ha già più di vent’anni, abita vicino. Emiliano la vede passare, la mattina presto, mentre cammina lenta verso l’autobus, per andare a lavorare alla mensa poco lontana.
Simona non parla quasi con nessuno perché parla male, ha difficoltà di linguaggio e pochi la capiscono.
Simona è alta, grossa, sembra occupare tutto lo spazio quando si muove. Sorride volentieri a chiunque e la madre si preoccupa un po’. “E’ esageratamente buona – sussurra a Emiliano, quando si incontrano casualmente in strada, nella fretta del giorno – qualcuno potrebbe prendersi troppa confidenza.”

Simona ha un taccuino, tutto stropicciato, sul quale spesso annota cose, parole, oppure attacca immagini di fiori, soprattutto rose, strappate dai giornali. Le incolla con lo scotch, disordinatamente ma con passione.
Emiliano lo sa, un pomeriggio l’ha invitata a entrare in casa e le ha offerto del tè.
Lei si è seduta, ha preso il taccuino dalla borsa e ha chiesto un po’ di colla o scotch per attaccare nuovi fiori. Il tè non l’ha bevuto: “Non posso, la mamma dice che mi fa male.”Ha detto, cercando di scandire le parole, ma ha chiesto un bicchiere d’acqua e ha sgranato gli occhi grandi quando Emiliano ha appoggiato sul tavolo il barattolino della colla.
Simona ha sparso fiori rossi, rose blu, mimose, senza vergogna.
Ha iniziato a incollarli sulle pagine bianche del taccuino con allegra frenesia.
Da quella prima volta, Emiliano ritaglia spesso immagini di fiori e rose da giornali e riviste e li conserva, per lei.
Quando la incontra la chiama e le fa vedere il “raccolto”. Simona ride, si frega le mani dalla gioia e ride. “Poi vengo! – urla, correndo verso casa, e sembra che voli, leggera.”

scritto da Iole Troccoli

8 Segni di Sogni
Fuori della casa dei grandi silenzi, la pioggia ha smesso di cadere. Nel suo angolo estremo di letto, Emiliano stende una mano, come a rassicurarsi che la donna ci sia ancora.
Come un’ancora che tiene ferma la barca, la schiena di Agostina delimitava il buio del mare di notte e lasciava intravedere le lampare e i pesci e le linee di terra, fuori del sogno.

Era una donna dalle mille virtù, non ultima e rara, quella di lasciare che l’uomo le scompigliasse i capelli, accarezzandoli.
Emiliano approfittava di questa possibilità, come se cercasse la tra le alghe cavallucci marini, o biscotti o babà.
E Agostina nel sonno sorrideva, non arrabbiandosi se per un momento l’insistenza di lui la portava sul bordo del risveglio.
Anche per lei era importante essere desiderata, con delicatezza, come se, per aprire una bustina di the, se ne dovesse percepire l’odore, ad anticipare l’assaggio.
E trascinavano entrambi le corde della barca dei sonni verso la riva del mattino, vedendo cosa la pesca dei sogni aveva lasciato.
Nei sogni di Emiliano, una donna nera veniva tutti i giorni nella scuola dove lavorava. Chiedeva: c’è maestro, oggi?
Emiliano, come bidello di quella scuola, diceva si, ormai la conosceva, e poi l’accompagnava in aula,e si fermava un po’ ad ascoltare lei. Iniziava come una cantilena: maestro, c’è mio certificato, oggi? Io devo dare esame, me, importante.
Il maestro ed Emiliano si guardavano, come a dire, di nuovo,oggi.
Paziente, il maestro diceva, va bene, siediti, lo sai: alla fine del corso, il certificato.
Nei sogni di Agostina invece c’era il mercato, dove lei vendeva patate e ortaggi di stagione. Ma nei suoi sogni i compratori le portavano delle parole e lei doveva sistemarle, per rivenderle.
Alcune un po’ ammaccate, alcune troppo dure o desuete.
Lei le aggiustava, se le ripeteva tra la bocca e la lingua e poi provava, se si potessero indossare, senza eccessive pieghe.
“ Dolo” si può comprare questo terreno, senza dolo per nessuno.
Poi guardava l’effetto, se si capiva o era già troppo vecchia, come parola.
Prendeva il suo quadernetto e annotava:
Culturalismo..che diavolo vorrà dire, questa parola?

9
Questa parola non l’aveva sognata, bensì sentita in una conversazione fra due persone mentre passavano davanti al suo banco. Non erano gli abituali clienti o passanti.
Curiosa, aveva chiesto al venditore di miele suo vicino di banco chi fossero, e costui le aveva risposto che erano dei partecipanti a un convegno letterario che si teneva presso il Centro Civico del paese.
I passanti letterati discutevano sulla scelta fra “Culturalismo” e “Culteranesimo”.
Agostina non ci capì niente, ma promise a sé stessa di informarsi. E così fece, ma trovando l’argomento alquanto difficile, decise di non addentrarsi, ma di annotare lo stesso la parola sul taccuino: “Culturalismo: parola facile da pronunciare, ma di comprensione ardua e astrusa”.
Giorni prima, Agostina aveva incontrato dal lattaio Simona, una ragazzona dolce e tenera verso la quale nutriva un affetto sincero.
Simona stava annotando sul suo taccuino stropicciato una parola che aveva sentito dai bambini in mensa: “Eolica”. Avvicinandosi ad Agostina le chiese se ne sapeva il significato.
Agostina glielo spiegò, le parlò in modo semplice della furia del vento. Simona, seppur con difficoltà, disse, scandendo le parole:
“Tu parli alto e forte come il vento, ma non con furia, bensì con dolcezza.
Tu sei come una brezza un po’ intensa. D’ora in poi, ti chiamerò Eolina”.

Continua

Angeles Aguado Lopez 9/11/ 2011

10

Sulla sinistra vicino al banco dei fiori, c’è il suonatore di flauto da parecchi anni, lo vedi arrivare con la sua aria dismessa, in inverno così come d’estate.
Si direbbe che la sua magrezza sia nutrita solo dall’oscillazione delle note, e se la sua musica stonata non raggiungesse il fondo della strada nessuno farebbe mai caso alla sua presenza.
Tutto in lui diventa uguale ad un re, un fa, talvolta un mi assente, come se ci si fosse dimenticati di comporlo nello spartito musicale, probabilmente la griglia lo respinge per mancanza di spazio.

La sua energia la spende nel soffiare dentro al flauto, inventa un linguaggio di note discordanti, accavallate.
L’intensità maggiore la trova quando si ferma di suonare e ad un tratto respira profondamente e subito dopo lancia una parola a caso nel sole, nella pioggia o nella neve.

continua
scritto da Fernanda Cataldo http://www.imaginaire.splinder.com

11
Haiku casuale al mercato (delle emozioni)
Trascrivere emozioni pensando al nulla
Assorta nello spazio di un respiro
Il sublime gioco dell’esitazione

Arance ancora senza gusto
Identità mancate
Caffè amaro al mio risveglio

Non sembri più vero
Fantasma della mia stoltezza
Ancora esausta nell’incalzare dell’intenzione

Non dirò una parola
Giocherò con le tue aspettative
Riempiendo quaderni di intese (silenziose)

Emiliano lesse e rilesse più volte l’haiku su quaderno di Agostina, nuovamente dimenticato mentre lei incartava patate e scartava pensieri al mercato.
Poi si ricordò del maglione dimenticato sulla sedia e aprì l’armadio respirando a fondo, gli piaceva annusare l’odore della naftalina che aveva custodito per mesi girocolli per un autunno ancora senza gelo ma già con troppa acqua. Si provò un paio di pantaloni e si accorse che gli erano diventati larghi, avrebbe dovuto lasciarli nel cesto del cucito con aghi e fili che lui non sapeva usare, a volte non riusciva a fare nemmeno l’orlo ai giorni per legarli insieme.
Ma il cielo su Torino quel giorno non concedeva scampo, troppo azzurro, troppo da respirare dopo le ore di apnea con i rubinetti aperti nelle nuvole. Si dimenticò dei pantaloni, rilesse l’haiku e fu fuori diretto verso la scuola, a fare sgocciolare la noia del mondo nei volti colorati che là avrebbe incontrato.

Continua

Scritto da Monica Grigolo http://www.quellachenonsei.splinder.com

12 Il combattente

dedicato a Elio Ferrero che venne rinchiuso e torturato
(alle casermette di Rivoli) con altri trentotto partigiani
nel gennaio del ’45. Molti di loro furono fucilati davanti
ai Suoi occhi

Emiliano ha un’amica si chiama Aprilia, fa la badante, le piace fare foto. Aprilia sta assistendo un malato di Alzheimer in una casa di cura , il signor Delio.
Aprilia lo segue ogni giorno nel suo mondo fantastico, ed è bello vedere come lui si impegna per comunicare pensieri e sentimenti, con parole solo in apparenza strane, il coniglio sgrumaglia dice, tu sei la mia risorsa e ancora quando vuole esprimere la sua gioia nel vedere Maura sua figlia, ”come hai fatto a trovarmi?.
Aprilia gli scatta delle foto e scrive tutto quello che lui dice, su un quadernetto, poi cerca di decifrare le frasi insieme a Maura.
Delio è stato partigiano, lo hanno imprigionato e torturato, conosce bene la montagna i sentieri e i rifugi e a volte e lì che si deve andare a riprenderlo.
Un giorno Aprilia arriva e non lo trova in camera, lo hanno portato nel salone delle feste, lo raggiunge, ma in mezzo a tanta gente non riesce a vederlo, dopo un po’ vede una mano che saluta e le fa cenno di avvicinarsi, è Delio e l’ha riconosciuta in mezzo a tutta quella confusione.
Aprilia allora pensa, il signor Delio è ancora un combattente e non ha nessuna intenzione di arrendersi alla malattia.

continua

Scritto da Cinzia del Torchio http://www.lucycy.splinder.com

13 Il cuore segreto dell’orologio

Emilio cammina, qualche volta senza meta, nella città. E’ sempre più raro avere il tempo dell’indugio. Conviene imitare tutti quelli che camminano in fretta, inseguendo un obiettivo preciso.
Allora decide di andare a comprare un libro per la sua donna, un libro che le era piaciuto molto, ma che lei aveva solo preso in prestito. E’ bello comprarlo usato, a metà prezzo, pensa Emilio.
Trentasei euro erano veramente troppo.
Adesso si dà come meta un negozio per acquistare un berretto di lana caldo, chè lui patisce molto il freddo alla testa.
Ecco, può sedersi anche in una panchina, e aprire questo libro che ha un magnifico titolo. E incomincia a leggere, rapito dai rimandi tra vita, pittura, artisti e la vita sotterranea dei pensieri nel cuore segreto dell’orologio.
Dove il bello che avanza va gustato con finta indifferenza e ti entra dentro come una cioccolata calda mentre c’e la nebbia.
“ Il bello non è che la promessa della felicità” legge nel libro, scoprendo che Baudelaire rubava da Stendhal…ma mentre quest’ultimo pensava all’amore e alle donne, Baudelaire dirotta il pensiero verso l’arte, e anziché di bellezza parla del Bello.
Incantato da una scrittura densa di rimandi colti che lo trasformano in un vagabondo da flanerie, Emilio si accorge che anche un libro può farti sentire lo spleen che lo attraversa.
E pensa a questa sua donna, con una vita misteriosa per lui, che legge e scrive e gli sta accanto da anni, con semplicità.
Chissà perché la mente di Emilio si concentra a seguire il passaggio di un ragazzino zingaro, con un cappuccio che gli fa vedere solo la terra davanti ai suoi passi: come fosse che la luce, esce, poco per volta dal terreno, e tu la segui.

Continua

Lino Di Gianni 11/11/ 2011

14

“ Ogni parola, non vive sola. Appartiene a una famiglia di segni.
Paole come patata, terra, piatto, mangiare evocano l’incontro col cibo mentre altre parole: bellezza, felicità, malinconia possono incontrarsi con la parola veggente, illuminazione e generare un’inquietudine.
Questa zona d’ombra che ci portiamo appresso genera continui semi di conoscenza, come fosse un processo leggero di osmosi, di scambio d’aria e d’acqua tra cio’ siamo quando dormiamo e ciò che diventiamo quando viviamo” ( dal libro di Eolina- Segni,sogni e bisogni”.
Che bello, leggere cose così, pensò Emiliano.
Sul quaderno di appunti di sua moglie leggeva ora di vite mai immaginate.
Come se avesse scoperto che una donna, tra stirare una camicia e preparare un ragù, ci infilasse una riflessione estetica ed estatica, sui massimi sistemi.
Mia moglie Agostina legge e scrive e pensa come una donna a me sconosciuta, una donna che in questa veste si fa chiamare Eolina.

Impaziente di capire, gli sembrò di leggere una poesia, e vedendo la data e la firma capì che l’aveva scritta sua moglie, e da poco.
Emiliano non leggeva mai poesie, non le capiva, non sapeva nenache perché mai un adulto dovesse scriverne.
Per ogni cosa, bastava una semplice descrizione.
E per ciò che non si capiva, le parole erano superflue.
Ecco perché per Emiliano l’importante era avere gli strumenti giusti, come un cacciavite apposito per la sua adeguata vite.
le parole delle poesie, invece, sembravano dei contorsionisti che tentavano di entrare in una valigia: impossibile, ma poi perché tentarlo.
Non di meno, lesse e rilesse la poesia di Agostina, e pronunciando le parole a mezza voce si ritrovò a gustarne la musica, quasi fosse una canzone, antica, già conosciuta.
Soprattutto là dove diceva
“ [..] e quando mi fu chiesto di
ricordare Primavera
chiesti al Nasturzio di fiorire
il giorno appresso
come una promessa
di quasi felicità”

continua
lino di gianni 12 novembre 2011

Informazioni su linodigianni

www.linodigianni.it
Questa voce è stata pubblicata in Racconti. Contrassegna il permalink.

Una risposta a La noia del mondo.14. Racconto di lino di gianni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...