Aspettando vendemmia

Aspettando vendemmia

Guardando le case, tra le foglie
Dei filari dell’uva
Vedo uscire del fumo,
Perché qui si fa in fretta a scivolare nel freddo

Finanche la nebbia accorcia la luce
E il frizzante del vino promesso solletica il naso
Come l’Angela che il prete ha chiamato dal Sud
Per guardarmi le vacche, preparare dei piatti
E prendere me come marito un po’ stagionato

Che tanto si sa, che qua in Langa,
Il tempo che passi una guerra e poi dopo a far figli
Tra galline, maiali, e il grano da battere
Prima che ci inghiotta la sera

Io che poco ho studiato, mi diverto la notte
a cercare altre vite, in scritture di carta
come fossero stoppie, da bruciare, perché portan veleni

(lino di gianni)

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Per una semantica della fusionalità

Prosa poetica, dipingo affreschi chiamandoli incisioni

Scoiattoli

Per una semantica della fusionalità

Bella
come uno scoiattolo volante
(esistono?)

Ti sei mossa 
dalla quercia centenaria
ai delicati rami
(stringendomi?)

mi hai scosso
in onde a sbuffi
come dovessi raccogliere
tutte le noci, di me

in quali intricate gallerie
sconosciute ai più
mi hai trascinato
per offrirmi zucchero filato
Zenzero e Lavanda?

So che quelle due pietre viola
erano là
lapislazzuli rubati
dalle tue gazze ladre

e mi guardavano
mi circondavano
mentre tu mi sussuravi
“Per assedio, conquistami
per assedio!”

E mentre io
equilibrista ebbro
tra intimità e passione
lisciavo la testa alle margherite
tu ci portavi
in licenziosa mongolfiera

Mentre, complici le nubi
(agli storditi uccelli)
gridavamo
“Neh che è bello?”

(lino di gianni)

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Abecedario dei migranti- lino di gianni

Abecedario Migrante 1

A Anima, pesante ma necessaria
A Attenzione, non sai, chi avrai davanti
A Adesso, dovrai prendere molte decisioni
B Bianchi, non pensavo che fossero un problema,
B Bello, quando ti accolgono, e ti sorprendono
B Brutto, quando ti respingono, e nemmeno ti conoscono
C Chiama quando arrivi, ma arrivo dove?
C Casa, io stavo bene, a casa mia
C Cosa vorrei, partendo? Una vita migliore

Abecedario Migrante 2

D Donna, mia madre, mia sorella, mia moglie
D Dove andare, è un problema
D Domani, a volte paura, altre speranza
E Era bello stare con i miei amici
E E se fossi tu, a dover partire?
E Evitare di guardare negli occhi
F Fuga dalla guerra, che ti uccide
F Fuga dalla povertà, che muore la speranza
F Figli, lasciarli strazia il cuore

Abecedario migrante 3
G Guarda, questa è la foto di mia madre
G Grande è la mia Speranza, ma sarà ciò che Dio vorrà
G Gioco, a volte vorrei tornare a giocare bambino
H Hotel, non mi piace stare in tanti, in confusione
H Ho questa paura, che non mi danno il Permesso
H Ho questa speranza, di trovare amici che capiscano
I Illuminali, che capiscano che sono come loro
I Illuso, forse non so spiegarmi bene
I Intelligenza, usiamola, per conoscerci

Abecedario Migrante 4

L Lottare è necessario, se nasci nel Sud del Mondo
L Luna, la notte che attraversai il mare
L Lingua, io imparo la vostra, ma voi, conoscete la mia?
M Mare, io non sapevo nuotare
M Madre, io non ti volevo lasciare
M Moglie, io e te, lontani, ad aspettare
N Nessuno, vorrebbe lasciare il proprio Paese
N Non sono di qui, non sono di là
N Noi, è più bello, della parola Io

Abecedario migrante 5

O Ora che sono qui, non sono pentito
O Osservo la vita di coloro che sono pieni di rabbia
O Oro, l’amicizia vera, non vale tutto l’oro del Mondo
P Proviamo, è una bella parola, da usare Insieme
P Parola, mi piacciono le Parole come gusto degli altri
P Paura, sì, c’è sempre, inutile negarlo
Q Quando devi partire, ti manca il coraggio
Q Quanti anni dovrò restare lontano?
Q Quaranta notti nel mare, quaranta nel deserto

Abecedario Migrante 6

R Ritorno, sì, ritorno, promesso!
R Raggiungimi, presto, moglie
R Rimpianti, sì, ci sono, ma non posso pensarci
S Sempre mi ricorderò dei sacrifici dei miei genitori
S Sento le voci dei miei cari, nel sonno, la notte
S Solitudine, quando non riesci a parlare, solo pensare
T Troppo è il soffrire, ma bisogna rischiare
T Ti voglio bene, le ultime parole prima di…
T Tanti sono superficiali, hanno paura e ci insultano

Abecedario Migrante 7

U Uguali e diversi, uguali nei desideri, diversi nei pensieri
U Un giorno penserò a questi amici, e mi mancheranno
U Un Permesso di Soggiorno,un lavoro, ecco cosa vorrei
V Vasi alle finestre, mi fan pensare a casa mia
V Vestiti, scegliere quelli che ti piacciono
V Volontari, non so come ringraziarli
Z Zappa, che usavo nei campi, da me
Z Zio, al mio paese, e qui
Z Zuppa, del mio paese, mi manca

Lino Di Gianni

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Merendine per ricci 1

Merendine per Ricci

( Favole del Disincanto)

1. Rata-vouloire, pipistrelli.

Col fazzoletto ben stretto, con le rughe a solchi vicino gli occhi, Iole toglie e mette le assi per fare i banchi al mercato. 
Cavalletto, asse, banco e i muscoli delle gambe e delle braccia si induriscono ancora di più.
Non ha bisogno di lampade, con la vita che fa.

Quando non è al mercato, è nei suoi prati a raccogliere l’erba medica per l’inverno delle mucche.
E si porta sempre dietro il suo nipotino, Gervasio.
Gervasio è grande e grosso, ma ha il cervello di un bambino. Colpa del forcipe,e della mancanza di ossigeno alla nascita.

Iole ama questo suo nipote che parla poco e vede tutte le cose ingrandite, come fossero l’erba negli occhi dell’agnello, che ogni filo ha il suo gusto e il suo prato di nascita.
Gervaso è intento a seguire una mosca, con la paletta cerca di colpirla, ma i suoi riflessi son troppo lenti.

“ Mosca deve vivere, dice Io”
Che dici, piccolo? Gli chiede la zia
Mosca vive, e basta.
Va bene , Gervasio, se è cosi, che vuoi.
Perché non mi aiuti adesso, con la pila, che guardiamo se si son riempite le Rata Vouloira?Vai a prendere la pila.

Gervasio apre bene gli occhi, la barba fatta male, sua zia che cerca nelle case dei pipistrelli.

continua

Lino Di Gianni

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Quanti uccelli si levarono in volo, quel giorno?

Quanti uccelli si levarono in volo, quel giorno?

E il re promulgò l’amnistia,
E il liquido nella bottiglia, gelò
E un ragazzo cinese
rubò un bacio sull’altalena

Quando il lucarino di vetro
apparve tra le mani di mariagiovanna
e tutti dissero sia certificata
la sua possessione

E lei che ancora non leggeva le parole
fece volare la statuetta
perchè, pensò, questo fanno gli uccelli
come certi bambini
con le parole di vetro.

(dedicato a una bambina, e alla sua maestra
perchè riescano nella difficile Arte
di far volare un Lucarino di vetro, a dispetto e disdoro
di chi vorrebbe certificare questa arte
come Handicap e basta)

(lino di gianni)

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I Racconti delle Sindromi 4.L’equivoco (La sindrome dell’X fragile)

I Racconti delle Sindromi 
4.L’equivoco (La sindrome dell’X fragile)

Dalla stanza della sua prigione si vedeva in lontananza un cielo.
Fabrice, sapeva che sotto quel cielo c’era un parco.
E usava la fantasia per immaginare di camminare su quel prato verde assetato di sole vero. E cercava di ricostruirsi, nella testa, qualcuno dei giorni passati in compagnia di Therese.

Di quando lui, da Parigi, le mandava foto dei vestiti per lei, per far vedere che la pensava, che se anche non li compravano per mancanza di soldi, quei vestiti appartenevano a loro, perché li avevano scelti.O di quando, all’Isola, seduti vicini sul promontorio da cui si vedeva la costa illuminata dai fuochi del 14 Luglio. Si scambiavano parole al buio, fingendo di essersi appena conosciuti, per continuare il momento magico di quando vuoi sapere tutto dell’altro, ora, adesso.

– Posso sapere come vi chiamate?
– No, è meglio non addossare colpe, a chi poi ci lascerà
– Temete gli abbandoni?
– Non pensate a questo, adesso. Ditemi, sentite anche voi lo spazio nel buio, quella frattura delle cose spiegate, e l’adesso, istupidito nel fissarvi negli occhi?
– A me manca già, la vostra bocca. Non sapevo potesse lasciare rimpianti
– Si, il tempo passato senza conoscervi
– Forse era necessario!
– Ma adesso lasciatevi abbracciare, testimoni solo qualche gufo nel silenzio interrotto dai rospi.
– vi prego fate piano, o stringetemi che io non abbia più fiato.

Uno a uno i momenti passati sgranavano il rosario dei ricordi nella mente di Fabrice, quando la vita apparteneva a una donna, la donna dell’Isola. Prima che fosse colpito dalla malattia che cancella i ricordi e prende forma di una mano che disegna, che tenta di ricostruire dall’inizio un quadro che aveva visto più volte:I mangiatori di patate.

Fabrice aspettava che la cella prendesse luce dalle lampade, per far vivere lo sfumato cancellato a gomma.

Ma, lo sapeva: lui non sapeva né disegnare, né dipingere.

Poteva solo accontentarsi di guardare.O usare le parole, per dare forma e volume e vita a quei corpi.E la sua testa andava alle corse nell’isola con Kira, la cagna che aveva portato dai Pirenei,

Kira, che abbaiava a tutte le divise, compresa la tonaca del prete, e lui doveva scusarsi. Gli occhi rossi come braci ardenti dietro il cancello di quell’ultima gabbia, quando la trovarono randagia dopo che qualcuno l’aveva picchiata e rubata. Stava, Fabrice, immobile. Quasi trattenendo il respiro.

E gli sembrava, assurdamente, di sentire le cicale frinire col buio che avanzava, anche lì, a mille km dall’isola.

La sera avanzava anche nell’ Isola, nella casa di Therese, che attendeva il canto del cuculo per mettere su la lampada e rileggersi le cose che aveva scritto.Therese credeva nel potere delle parole, che ti restano addosso, con la una fragranza che dura per ore. Sorrideva, nel buio a pensare ai propositi anarchici di Fabrice, quando le diceva: a me piace regalare qualcosa alle persone, perché li spiazzo. Li vedo in affanno, a pensare a cosa c’è sotto, a pensare a come ricambiare- per sdebitarsi-

Invece, diceva, Fabrice, il mio dono è gratuito. È inatteso.

E ha valore solo per chi riesce a capirlo. Per questo regalo i libri che scrivo.Come se fossero legna da ardere, se sai vedere il camino che c’è, pronto ad accendersi, con uno sguardo vero, deciso, prolungato. Come uno che ti sfiori, chiedendoti scusa.

(continua)

Lino Di Gianni

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3 I racconti delle Sindromi. La voce . (La Sindrome di Asperger)

Nell’isola, esiste una baia.L’unica parte sabbiosa di un’isola altrimenti fatta di scogli aspri e non vinti dal mare. In quel tratto di mare, una palma inclinata promette i Tropici e fornisce l’ombra necessaria a Isidore. Isidore è un ragazzino che si vede spesso correre e apparire ovunque: i suoi capelli biondi, il suo aquilone rosso e la sua voce, quando nessuno lo sente, che canta sempre la stessa canzone: Alouette, gentille alouette, Alouette, je te plumerai. Je te plumerai la tête, Je te…

Non parla mai molto, con nessuno, Isidore. Gli piace solo ascoltare le storie che racconta il nonno Clarìn, di quando combatteva nella guerra di Spagna, contro l’invasore franchista. Il nonno che diventa alto, come una Torre Saracena, quando canta per lui, con voce tonante, le canzoni della tradizione spagnola: Los cuatro generales, Los cuatro generales, Los cuatro generales¡ Mamita mía! Que se han alzado, Que se… E cosi Isidore ha scoperto un’amica importante: la sua voce quando canta, quando parla ad alta voce, quando imita il verso insistente del gabbiano. Una voce che rifiuta di cedere le tonalità bianche dell’infanzia per cedere, piano piano, a quelle brunite dell’adolescenza. Isidore, non ha mai conosciuto sua madre, esistita e de-scritta solo nei racconti del nonno Clarin: di quando lei faceva la modella per un pittore bravissimo che girava per i cieli delle Fiandre in cerca del volo dei corvi, dell’oro del grano e della sinfonia degli azzurri tra cieli, albe e mari. Dicevano che si era mozzato un orecchio per mettere a tacere la voce della sua follia.Ma il nonno Clarin glielo aveva detto, un giorno, guardando il mare. Isidore, nessuno può rinunciare a cercare il suono esatto della propria voce. Non basta cantare, Isidore, bisogna cercare il sogno che si aggrappa a quella nascita. Il ragazzo lo guardava interdetto, cosa voleva dire, il nonno, lui la sua voce la sentiva, giorno e notte, anche quando taceva. La sua voce era l’aquilone che chiedeva vento.

Isidore, la voce libera, dà fastidio. Imparalo. Devi nascondere questo dono, fino a che non sei forte abbastanza per difenderla. Perché il giorno che non la sentirai più, sarai perduto.
Sulla scogliera, in posti dove sola capra del nonno Clarin riusciva ad arrivare, Isidore guardava le uova di gabbiano, e aspettava che si schiudessero, per le promesse di nuovi voli.
-Il mondo senza mamma, diceva il ragazzo alla capretta, è un mondo che ti manca, un orlo senza confine, un bicchiere senza latte. Io sono la tua mamma, e non ti abbandonerò mai. Negli occhi di Isidore, il segreto dell’Isola, la riconoscenza della capretta, il mare che avanza e si ritira: mentre lui guarda alzarsi piano l’aquilone rosso, oltre la testa di Ondine, la statua che sorveglia l’Isola.

continua

lino di gianni

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