Al cuore delle formiche

Al cuore delle formiche
 
Al cuore delle formiche
appeso al vento ad asciugare
alle scarpe mai smesse
di chi legge sorridendo
a ogni giro di pagina
alle tristezze come piedi
di cemento
nel vedere svanire insieme ai ricordi
la faccia di colei che conoscevi
 
 
all’albero tagliato
la cui memoria sopravvivrà
facendo ombra dentro di noi
al mare che nascondevi
quando spiaggia era
e il sole rapiva l’acqua la sabbia
e il piccolo respiro che facevi dopo
gli spaventi
 
 
alla tua bambina
diventata grande
che conservi rabbia e docilità
che ti cerchi qualche volta se
malinconia la prende
alla porta mai chiusa
senza rifare i conti
con la stanchezza che non smette
di confondere i sogni
 
a noi che brilliamo
di polveri sottili
lucciole radioattive
portatori di pollini
lieviti e starnuti:
un po’ colline un po’ radici
da portarsi in tasca
come un amuleto
 
(da ” Permesso di soggiorno” di Lino Di Gianni -Feaci Edizioni)permesso corta
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Luna Rossa – Lino Di Gianni..

Luna Rossa – Lino Di Gianni..

Quando a zi’ Rusinella
Stutarono la luce, qualcuno disse
Non ti preoccupare, è la Luna che fa la smorfiosa
Era la sera di tutti i Santi o quella di tutti i Morti
ora non so, non so, o non voglio ricordare

C’era sta Luna, grossa, rossa, in mezzo ai campi, neri
con la notte come una coperta corta coi ricami bianchi di nebbia
Fitta fitta a merletti, a sbuffi
E questo urlo di continuo, in sottotono
Come un mare che s’affoga nelle sue onde
ahuu ahuu
io ci dicevo Lenù, non fare accussì, Lenù
che ti sei messa in capa, stanotte, bianca comm sei

Issa mi guardava, come una luce che mo s’accende
E mo si spegne
Mo s’accende e mò si spegne
Io m’arricordo come fosse ieri,
Pascà, non puoi sapere, come si stà, da questa parte
Non te l’immagini
Nun tengo più fame o sonno o fantasie
Solo una cosa mi manca, su tutto
E che dè? Dissi, esubbeto, dimmillo, Lenu

A memoria, Pascà, me manca la me-mo-ria

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Assedio alle virtù assenti

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assedio alle virtù assenti

giornate rinchiuse
oltre i cancelli
radici liquide intaccate
dalle acque mercuriali
di maree rintanate
come conigli

la luce del giorno
si corica a busta
sulla parte di notte
rimasta a guardare
su un fiume, un quartiere
sulla casa dal
balcone socchiuso

l’occhio del pittore valuta
l’avanzo di colore
l’umido del tratto
la parte oscura rimasta
e decide di lasciare
fuori dalla tela
quel momento in bilico
tra le tende
e i tavoli
e gli ubriachi assenti

grande è lo spazio
che segnerà lo stormo
nel cielo, un colore
improprio, instabile
né oro né carminio
forse senza ombra
né voce bastante
per essere
virtù.

28/09/2012       lino di gianni

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La rosa nel buio

La rosa nel buio ignora
i suoi colori
gli uccelli al cambio
di luce iniziano a sparire
come barboni che ritirano la coperta

Un uomo controlla
l’aumentare delle sue ricchezze
Una donna odora il fiato della sua piccola
notturna

Nel giorno che per qualcuno sarà l’ultimo
si stacca Il biglietto
per la giostra della vita

(lino di gianni)vongloeden9

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Nella mia classe di italiano per stranieri

 

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di Lino Di Gianni*

Le scoperte, in una scuola di italiano per stranieri, non finiscono mai. E avvengono sempre per caso, anche se il caso non dovrebbe avere un ruolo così importante.

Per esempio, non siamo mica nel libro Cuore, di De Amicis, per scoprire che Babadi, il ragazzo africano che è stato ripreso con una nota sul registro, in realtà è un ragazzo che al mattino alle 8 si presenta a lavorare nel bar della Stazione di Avigliana (Torino), lavora fino alle 14, e poi alle 15 va a frequentare il corso di scuola media fino alle 20?

Per esempio, Mustafa, il ragazzo curdo della Turchia, che è sempre molto assonnato e poco reattivo, qualche giorno fa, mentre parlavamo di cantanti della nazione di origine, si è messo a cantare, senza musica, un bellissimo motivo curdo. Aveva una voce molto intonata e si vedeva che era abituato a cantare in pubblico. Ha anche mostrato un suo video su You Tube, dove lui canta con altri amici curdi.

Parlando del passato come verbo, abbiamo scoperto di cosa è fatta la grammatica del passato prossimo delle persone che con molta umiltà e diligenza vengono ai corsi di italiano. Per esempio, Mohammed, il ragazzo timido con una figlia piccola ci ha raccontato di quando è stato otto mesi nelle carceri della Libia. Ogni quattro giorni davano loro un pugno di riso da mangiare, chiedendo soldi ai parenti per liberarli. Lui aveva la moglie incinta di sette mesi, e ha dovuto farsi prestare dagli amici duemila dollari per essere liberato. “E spesso non hai nemmeno la sicurezza che non vogliano, dopo, altri soldi…”, diceva il nostro amico in classe.

Qualcuno di questi ragazzi è scappato in Francia, rischiando l’assideramento sulle nevi delle Alpi. Stanco di stare qui, senza lavoro, senza documenti, con i parenti che chiedono soldi per vivere.

Quello che a noi sembra poco, per loro, come guadagno è tanto. Ma queste persone hanno necessità di una casa e di un lavoro: sono persone oneste, desiderose di un futuro, che cercano di lottare contro lo sfruttamento del loro Paese e della guerra. Come Dyar e Akram, i due iracheni in classe da noi, che dopo essere stati respinti dalla Svezia sono stati accolti in Val di Susa, nel progetto accoglienza diffusa, seguiti da una cooperativa che si applica con rigore e professionalità nel seguirli.

 

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La minestra con la forchetta

Si potrebbe affermare che
molte persone, passano la loro
intera vita senza mai scrivere
una poesia?  Sì.
E leggerla? Mah!
Forse, perlopiù, sono quelle poesie
preconfezionate, che nelle scuole
si indicano come “Poesie scritte da Poeti”
Poi ? Poi basta, di solito.
Cioè si legge poco, figuriamoci le poesie.
Tanto meno scrivere, poesie.
E’ un bene, è un male?
Non lo so.
Se uno ha voglia di correre, corre
se vuole fare un corso di ballo, ci va
La scrittura di poesie, per come
la capisco io, è una ricerca.
Qualcosa focalizza la tua attenzione,
e tu cerchi parole per esprimere
l’emozione che c’era dietro a quelle parole.
Bene, male, così così. Si prova.
E’ l’unico modo, per cercare di tenere
la neve in mano, prima che si sciolga,
con la sensazione di esserti bruciato

(lino di gianni)

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Pouss jett’à o sang

Pouss jett’à o sang

Guardo l’ulivo,e la terra
all’ombra. I cieli che passano
e le cicale che si lamentano
muri del mio museo a cielo aperto:

Solo ora, in margine di vita,
vedo tutti i cafoni che hanno gettato
il sangue su quei terreni

I padroni nelle masserie, a stipare il grano
e noi con i denti mancanti
la statura bassa per generazioni
e quelle quattro parole che rotolano in bocca
come pietre delle strade dai caseggiati bassi

Scaldava solo la malva, sotto ai cuscini
e quel vino troppo aspro che risale al sole
che ubriaca tutto, mentre non cambia niente

Nei secoli dei secoli dei secoli
dicevano le vedove, in nero

(lino di gianni)

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