Notizie da un’isola felice

di Lino Di Gianni*

Moussa sta imparando a leggere. La parole bisillabe col trattino diventano parole intere, le parole formano una frase. “ LI-NO NON FU-MA” “ IO VA-DO A CA-SA”. Grandi conquiste e grandi sorrisi suoi, soddisfazione e commozione da parte mia, per la magia.

In questi corsi di italiano per stranieri, le persone vengono con la voglia di imparare. Non è un modo di dire, ma è un dato di fatto. Vengono in bicicletta, in treno, a piedi. Vengono dopo o prima del lavoro in un ristorante cinese. Le donne lasciano in custodia il bambino al marito e vengono a scuola. Qualcuna lavora in fabbrica, nel settore più pericoloso per la salute, quello delle vernici, resine per motoscafi di lusso. “Eravamo senza lavoro, io e mio marito, con un figlio, come potevo rifiutare?”. Quando arriva a scuola, verso le 17, è pallida, stanca, ma ci tiene a migliorare il suo italiano. Ci tiene per sé, per la sua famiglia.

Una dottoressa cubana segue i progetti dei medici che Cuba forma e poi manda in giro per il mondo. “Per me è importante capire la lingua della terra che mi ospita, la sua cultura.  Da noi a Cuba abbiamo delle eccellenze in campo medico. Per esempio abbiamo scoperto delle medicine per contrastare il cancro al polmone o alcune malattie della pelle. Gli Stati Uniti vorrebbero la formula di queste medicine, basate sull’estratto del siero prodotto dallo scorpione blu, in cambio di togliere l’embargo sulle medicine”.

Quando qualcuno chiede “Ma in tutta l’Armenia, paese da cui proviene Tamara, quanti sono gli abitanti?” lei sorride, con il suo bel visino da ragazzina, e dice “Appena tre milioni!”.

Ecco l’importanza dei numeri, della percezione reale dei fenomeni: sapere di cosa si parla, trovarsi a scuola con gli altri in uno spazio che accoglie italiani e stranieri, e usare una lingua piano piano
per capirsi meglio con gli altri.

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Incubo in valle. Alcune domande

di Lino Di Gianni*

L’incubo è cominciato domenica 22 ottobre: vento caldo, vento forte e incendi. Incendi nei boschi e nella frazioni di montagna. In alto, ma neanche poi tanto: se non girava il vento, tirando verso la Francia, avrebbe minacciato le case di Bussoleno, quattrocentocinquanta metri di altitudine, seimila abitanti.

Giovedi 26, giorno di mercato ad Avigliana, non si poteva respirare per la cappa pesante di fumo. Tutto sembrava avvolto da una spessa nebbia, ma era fumo di boschi bruciati. Nessun comunicato, nessuna avvertenza, nessun articolo sui giornali.

L’Arpa Piemonte dirà:

“Il principale aspetto negativo dell’attuale situazione è rappresentato dal fumo e le polveri sottili provocate dagli incendi boschivi: esso è costituito principalmente da anidride carbonica e vapore acqueo, ma sulla base di linee guida internazionali le analisi ricercano anche altre sostanze presenti in concentrazioni minori quali i VOC (composti organici volatili), l’acido cianidrico, il metano, il cloro, l’ammoniaca ed il monossido di carbonio, che costituisce il maggior pericolo per la salute…”.

Intanto, in rete e nella Valle girano queste domande:

– perché gli incendi sono esplosi praticamente tutti contemporaneamente e con più focolai?

– perché, nonostante la gravità eccezionale della situazione dagli organi regionali e di governo, nessuno ha fatto nulla per mandare aiuti e personale specializzato da altre regioni (come avviene normalmente) alla Valsusa e alla Valsangone?

– perché, nonostante il vento fortissimo, la gravità degli incendi e le persone coinvolte direttamente o indirettamente, nessun organo di informazione (tv e giornali) ha detto nulla per giorni, come se fosse tutto normale?

– perché soltanto dopo circa una settimana il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, si è deciso e ha dichiarato lo “stato di calamità” e non di “emergenza”?

– perché, guarda caso, nello stesso giorno, Paolo Foietta (commissario straordinario per la Torino Lione) ha inviato quella vomitevole lettera ai comuni (leggi anche Valsusa, incendi, media e sciacalli) dove dice che per la ricostruzione del territorio devastato e le opere di prevenzione da futuri eventi simili sono disponibili i soldi della compensazione e che sarà felice di incontrare i sindaci?

– esiste una struttura organizzata che semina incendi a partire da questa estate, in tutta Italia? (sono state trovate due guardie forestali con inneschi?).

Venerdì il vento caldo è ripreso, l’aria un po’ si è pulita ma gli incendi non sono estinti, il pericolo continua. Manderanno ben quaranta persone dell’esercito, contro i piromani! In un territorio che ormai riguarda tutto il Piemonte.

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mio articolo

https://comune-info.net/2017/10/vivere-due-mondi-identita-movimento/

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Racconti da un corso di italiano per stranieri

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Il Mondo sulle spalle

Ha la gonna larga e lunga, come usano le ragazze rom. Camicia larga colorata e sulle spalle un piccolino nello zainetto di iuta che le dorme sulle spalle. Apre un grande scialle viola e si avvolge il corpo e lo annoda, mettendo in sicurezza il piccolo bebè, come fosse una “masca”, una strega con la gobba vivente. Il volto ha caratteri mediorientali, potrebbe essere di una zona interna del Marocco, magari appena arrivata. Strano che venga da sola al Caf. Il miscuglio di caratteristiche mi impedisce una sua identificazione sicura, non sentendola parlare.

Quando vengono in classe da me, a imparare l’italiano, a volte portano bambini piccoli con sé. Non hanno nessuno a cui lasciarli. Nessuna rete di parenti, niente nonni, suoceri o cugini. Se il bambino non è troppo piccolo, a volte rimane in classe: con una mano scrivono, con l’altra dondolano il passeggino. Io rimango sempre esterrefatto, a vedere la forza di volontà di queste donne, che cercano di conquistare l’alfabeto fino all’ultima riga.

Donne giovani del Marocco, donne curde, donne nigeriane: sempre i figli sono lasciati a crescere con loro, come se la maternità prevedesse, insieme alla nascita della bambina, anche la costruzione della sua culla universo, un mondo linguistico che mescola i popoli.

La lingua del cuore parla Derijia, il dialetto del Marocco, o arabo.
La lingua ponte parla Francese, perché chi ha studiato usa la stessa lingua insegnata a scuola.
La lingua in cui vivi adesso è l’Italiano, e i bambini di qui useranno questa lingua per parlare coi figli.

Mi ricordo di tre donne giovani della Nigeria, molto eleganti, truccate con colori leggeri e ottimo italiano, venute da me per imparare a leggere e scrivere: mai andate a scuola nel loro paese. Insegnare le lettere non è facile.

Imparare le sillabe, è scoraggiante. Ma chi ce la fa, dopo vede dischiudersi le praterie delle parole da leggere. Un mondo nuovo, è possibile

Lino Di Gianni

pubblicato su sito di Comune Info, qui:

https://comune-info.net/…/09/mondo-sulle-spalle-un-racconto/

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Per Franco, che la terra ti sia lieve

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(in morte del mio amico carissimo Francesco Racco 7 Agosto 2017

Un intellettuale organico alla classe
eri, sei
significa non aver mai dimenticato
che dalla sorte degli ultimi, degli umili
dipendono le vite di tutti, e di ciascuno
Uno studioso serio e rigoroso
eri, sei
perché le realtà sono sfaccettate, complesse
comprendere le origini e le cause permette di uscire
dal Labirinto della falsa coscienza liberista
Un uomo gentile, e rispettoso
eri, sei
perché nella casa d’altri si entra con passo delicato
passero che non lascia orme, verso che ti apre al sorriso
e per questo tuo modo di essere
è da quando eravamo ragazzi che ti voglio bene e ti ammiro
Lasci un libro aperto con dentro ancora tante cose da dirti
porti con te gli abbracci teneri e veri che ci hanno uniti nella lotta
lungo tanti di questi anni
e che ancora all’otto marzo di quest’anno, ci hanno visti
andare , senza dircelo prima, alla giornata di lotta internazionale delle donne,
noi tre uomini, amici, compagni
Ti aspettiamo al primo corteo che ci sarà, ti aspettiamo al 1 Maggio,
poi mangiamo qualcosa insieme
Grazie di essere stato un rivoluzionario gentile, e lucido, Franco
Alla via, così

lino di gianni

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29. Baba Jaga

29. Baba Jaga
Il rumore delle macchine ogni tanto scandiva il tempo, sotto una luce piena di gas di scarico. Incerta se rimanere sul bordo della notte, o riprendere a battere, Mortea Rosinchiari, in arte Baba Jaga, decise che per quel giorno, aveva già dato. Si incamminò con i suoi tacchi con accollatura alta e il vestito in simil-platino con spacchi vertiginosi verso la Smart parcheggiata discreta, prese le chiavi, le puntò per aprirle e… Che cazzo ci fai, dentro la mia macchina? Chi sei? Come hai fatto ad entrarci? Scendi! Scendi subito, prima che chiamo il mio uomo a spaccarti la faccia. E iniziò a tempestare l’uomo di pugni dati con discreta forza e intensità, tanto più che l’uomo in questione non reagiva, si riparava solo, come poteva, con le mani sulla faccia come schermo. Baba Yaga si fermò, il tempo aveva iniziato a bagnare le strade e a sciogliere il rimmel in lacrime di rabbia nervosa.

E quest’uomo fece una cosa che la sorprese, si mise con le gambe piegate e le mani sulla testa e rimase fermo, come se aspettasse una preghiera o il resto delle botte. E disse solo una parola, qualcosa che sembrò essere una parola, la pronuncia di una frase iniziata: offrirti dell’uva? La donna vide accanto ai piedi un sacchetto contenente dell’uva. E l’idea che in quella situazione lui le offrisse dell’uva, anziché farla imbestialire di più le provocò un accesso di risa, tanto da farla tossire…

Un uomo che mangia dell’uva, in questa situazione è fuori di testa, ma non può essere cattivo pensò. Lo aiutò a rialzarsi, lo fece sedere nei sedili posteriori, e si avviò dicendo, adesso andiamo a prendere un caffè, per calmarci. L’uomo salì, gli occhi con la corsa lunga dei perdenti, la barba ispida e i movimenti di uno imbottito di tranquillanti, e disse solo, grazie Adesso che mi sono calmata, mi dici perché eri dentro la mia macchina? Volevo un riparo, questa pioggia si infila nei vestiti. Ah, e una casa, non ce l’hai? Hai preso la mia macchina per un ricovero, porca miseria? Me ne sarei andato presto, non ho fatto danni. E dove hai imparato ad aprire le macchine cosi? Mica tutti son capaci di non lasciar segni come hai fatto tu
Eh, cose che si imparano, un domani che ti diventano utili. Non ci credo che eri lì per caso, ti manda Lanteri ? Non so di cosa stai parlando Scesero, entrarono nel bar, Baba Jaga guardò se ci fosse qualche faccia conosciuta, si tranquillizzò, alla luce blu del bancone in stile fusion. Stasera non so cosa ti avrei fatto. Come mai non sei a casa tua, da tua moglie? Non ho moglie, né figli. Non sono di questa città, ma avevo dei parenti che non trovo più, e ormai non importa. Devo andarmene, da qui Sì, sì, andatevene tutti, va, cosi resto solo io qui a battere, senza clienti. La vita colpisce alle spalle, ed è già tanto quando sopravvivi. Senti bello, ladro d’auto e filosofo, è troppo. Perché non mi racconti qualcosa su come hai fatto a ridurti così? Stavano lì a parlare, dentro un cono di luce e in quel momento era tutta la città che contava. Lui spostò il bicchiere di cognac come fosse sbagliato, alzò appena gli occhi senza guardarla e fece un cenno di rifiuto Non voglio più bere, non voglio parlare, mi serve una nuova vita. Lei lo guardò, iniziò a sorridere lentamente e alzandosi disse solo, vieni con me. Andarono a casa di lei, lei disse, se vuoi farti una doccia, ho finito con il lavoro, questo che succederà è privato, ok? Sì, disse lui, e rimase seduto in punta al divano, a fissare uno specchio a forma di sole dorato. Forse è meglio che adesso vada, non sono più abituato a stare nel mondo civile. E di fronte alla faccia allibita di Baba Yaga, l’uomo trascinò i suoi lenti passi, richiuse la porta senza far rumore, e non permise alla notte di concludersi, lasciando tutti insonni.

(da ” In villa nel cartone” di Lino Di Gianni )17904009_10209569501970384_3855250718634889005_n

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La Rosa Africana

La rosa la rosa da bagnare
non cresce qui il mare il mare
non so nuotare
ogni mattina penso devo andare
dopo non avrò più la forza o il coraggio

la notte e il giorno qui sono sempre uguali
e domani sarà ancora così non c’è lavoro
non c’è speranza non c’è casa non c’è ospedale

non ho mai visto nessun uomo nero
in Africa i primi neri li ho visti qui
perché c’erano anche i bianchi e allora
ho capito che non eravamo tutti uguali

ma questo l’avevo capito già prima
che non eravamo tutti uguali
perché io mi dicevo come mai come mai
con tutte le ricchezze naturali del mio Paese
pochi pochissimi hanno tanti soldi e macchina grande
e io e tanti non c’è lavoro non c’è soldi per mercato
solo figli e fame per tutti
Adesso io sono qui io sono contento ma adesso
ho bisogno di un lavoro devo mandare soldi
la fame non aspetta mi hanno dato tutti i soldi
per farmi prendere la barca tu sai, vero?

Mi piace stare qui la gente è gentile ma ma
ho sentito che qualcuno non vuole più altri arrivi
amico è come mettere un dito nel buco di una diga
E anche se tutta la Libia diventa una prigione
non c’è abbastanza spazio per tenere dentro tutta L’Africa
e il collo dell’imbuto presto salterà

Grazie, amico, per quello che fai per me
da uomo a uomo, non ci dimentichiamo

(lino di gianni)

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