Campo di tulipani ardenti

Secoli per costruirla, per mostrarla
per dire io ero lì, mentre lei c’era
a sfidare le nostre piccole storie

Mi ricordo che forse pioveva
che era verso il tramonto
che il Sole giocava a farsi più in là
che la Senna era all’angolo
che l’abbiamo guardata, intimiditi
come un gigantesco merletto di alchimisti

Questi barbari che non proteggono
la Storia, la Memoria, il patrimonio della Bellezza
quale Europa vogliono difendere, tramandare?

Un segnale, quasi fosse un cambio di passo
era, e non è più
campo di tulipani ardenti nel buio della Notte

(lino di gianni)

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Scrivere di poesia

Edera

Sposti un oggetto lo sguardo si perde
ti insegue un’abitudine

accade qualche volta di pensare ad altro
così intensamente da sdoppiarti

scrivere di poesia in pieno
mezzogiorno coi lupi che si azzuffano
dietro lo schermo
non sono animali veri peccato
ma teatranti abituati alla finzione

scrivere di poesia bituminosa
che asfalti con zolle di terra
erbose irregolari porose
come le pareti della pasta fatta
in casa che assorbe il sugo

“hai sentito il mio ciao flebile
al risveglio? ”
l’edera è entrata in casa
adesso succhierà umori caldi
senza freddo né vento o gelo
mi immagino che ramifichi
con stupore buttando a foglie
ogni piccola meraviglia

(lino di gianni)

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Luna a strisce

Compare e sparisce come

fosse la Luna a strisce che vede

dalla grata della cella

raggiunge la barca che esce per

una pesca che non si fa più

S’imbelletta come fosse ancora

ragazza su quella spiaggia dove

scaricavano agonie di pesci senza acqua

ora vendono popcorn di plastica e cemento

ma con la musica di sottofondo

Dentro gli occhi ha incamerato memorie

che ora rivede nel suo personale Festival d’autore

anche se gli attori , son tutti morti

(lino di gianni)

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I Figli della Mezzanotte

I Figli della Mezzanotte

Accadono mutamenti imprevedibili
nelle strade fioriscono Primavere
di ragazzi che ascoltano tutti la stessa Fiaba
e decidono che la Casa di Hans e Greta
vada difesa e non distrutta

Forse sono i nuovi Figli della Mezzanotte
quelli nati un attimo prima dell’abisso
forse sono gli ultimi fuochi delle Stelle

Dipenderà dall’energia che riusciranno
a conservare, prima che il ghiaccio
blocchi loro le ali

Stavolta Icaro non ha scelta

(lino di gianni)

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Lo stupore della notte

Lo stupore della notte

Quando percorri al buio
L’isola senza limiti
Trovi i boschi e le colline
Le insenature segrete
Rimaste sempre nel primo sole
Del mattino

Quando cerchi nella terra
I frutti del silenzio
Trovi accumuli di spaventi
Fertilizzante per i
giorni a venire

Non sapevo che l’isola
Avesse una lingua da conoscere
Abitanti che usavano il linguaggio dei segni
E uccelli pronti a levarsi in volo
Tutti contemporaneamente

Avevo fatto pochi passi
In tutti quegli anni
Prima di scoprire che
I confini dell’isola
Iniziavano e finivano
Con il tuo corpo

( lino di gianni)

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Alla menta o limone?

Alla menta o al limone?

Quando, ragazzino, andavo
A comprarmi lo stick, il ghiacciolo
Dentro quel frigo enorme del bar
Dove entrava tutto il braccio del venditore
Col fumo del freddo quando aprivi il coperchio

Mi piacevano tutti e due i gusti
Ed ero sempre indeciso
Qualche volta mi fermavo a vedere
La partita alla televisione
Con tanti uomini che la guardavano
E i gettoni da mettere dentro perché funzionasse

Erano aperti i bar, alla gente
Sulla strada del mercato, dove abitavo
E vicino c’era la sezione del PCI
Più avanti il panettiere, cuore della piazza
Poco distante, la chiesa, con l’oratorio, col campetto di calcio fuori
E il calcio balilla nello stanzone

Limone o menta?
A volte nel dubbio, compravo al gusto Coca-Cola
Si giocava il derby Toro contro Juve con le radioline che trasmettevano
E gli operai si portavano il baracchino con la pietanza
Da mangiare alla Fiat
C’ erano già i cagnolini di pezza
Che muovevano la testa, messi dietro al finestrino
Della Seicento

( lino di gianni)

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Fabio Franzin

Fabio Franzin

Marta l’à quarantatrè àni.
Da vintizhinque ‘a grata
cornìse co’a carta de véro,
el tanpón, ‘a ghe russa via
‘a vernìse dura dae curve

del ‘egno; e ghe ‘à restà
come un segno tee man:
carézhe che sgrafa, e onge
curte, da òn. I só bèi cavéi
biondi e bocoeósi i ‘é ‘dèss

un grop de spaghi stopósi
che nissùna peruchièra pòl
pì tornàr rizhàr. Co’a cata
‘e só care amighe maestre
o segretarie, ghe par che

‘e sie tant pì zóvene de ea,
‘a ghe invidia chee onge
cussì rosse e longhe, i cavéi
lissi e luminosi, chii déi
ben curàdhi, co’ i sii pàra

drio ‘e rece, i recìni. Le
varda e spess ‘a pensa
al só destìn: tuta ‘na vita
persa a gratàr, a gratarse
via dal corpo ‘a beézha.

.
Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani: / carezze che graffiano, e unghie / tozze, da uomo. I suoi bei capelli / biondi e ondulati sono ormai // un groviglio di spaghi stopposi / che nessuna parrucchiera potrà / più rimodellare. Quando incontra / le sue coetanee, maestre / o segretarie, le sembrano // tanto più giovani, / le invidia quelle unghie / così rosse e lunghe, i capelli / lisci e luminosi, quelle dita / ben curate, quando se li scostano // dietro le orecchie, gli orecchini. Le / osserva e spesso pensa / al suo
 destino: tutta una vita / persa a grattare, a grattarsi via dal corpo la bellezza.

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